giovedì 27 Gennaio 2022

Un anno di ArchaeoReporter: 117 video-reportage per raccontare sul campo l’archeologia

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Un anno di ArchaeoReporter. Quando il 21 novembre 2020 abbiamo messo online il nostro primo video-reportage, lo scavo archeologico dell’anfiteatro di Volterra, speravamo di iniziare a far conoscere il nostro progetto, e soprattutto di condividerne le finalità. L’idea è semplice e complicata al contempo: realizzare reportage di archeologia direttamente sul campo, nel momento in cui l’archeologia la si fa. Sul “campo” significa ovviamente uno scavo, ma anche un laboratorio, un deposito, un archivio, un momento di scambio accademico, un’iniziativa di un museo per le scuole, un parco archeologico che dialoga con i cittadini del suo territorio.

Certo, si può seguire una conferenza stampa a scavo chiuso, oppure fare comodamente un copia-incolla di un comunicato con qualche immagine. Oppure mandare due minuti di intervista coperta da qualche frame video su un telegiornale o su un media mainstream, in qualsiasi formato, a cominciare ovviamente dal digitale. Chi vi scrive fa il videoreporter da oltre trent’anni, ed è allergico al giornalismo da scrivania, insomma soffre come un cane a non andare a vedere le cose come stanno in prima persona, per raccontarle.

UN ANNO DI ARCHAEOREPORTER: GUARDA IL VIDEO

 

ArchaeoReporter fa giornalismo, non fa “divulgazione”. Fa reportage, non fa storytelling. Non fa documentari, per quello ci sono professionisti eccezionali, con mezzi eccezionali, dal National Geographic in giù. Non compila neppure paper scientifici, fa un altro mestiere. Ci siamo posti l’obiettivo di fare giornalismo archeologico con i canoni del giornalismo scientifico. Quindi, possibilmente, capire cosa viene raccontato dagli addetti ai lavori, e riportarlo in sintesi ad altri addetti ai lavori e a un pubblico interessato. Per fare giornalismo scientifico bisogna studiare, certo se si è laureati in archeologia meglio, ma si tratta soprattutto di metodo. Ascoltare, non tirare conclusioni, confrontare, e stare soprattutto lontani da qualsiasi luogo comune. È faticoso far leggere un articolo o far cliccare su un video se non si mettono parole magiche come “mistero”, “tesoro”, “piccola Pompei”, “la città/tempio/tomba/chiesa/nave etc. più antica del mondo”, e così via. L’aggiunta di “mistero” ti premia nei motori di ricerca, ti rende la vita molto più semplice. Ma non vogliamo la vita semplice, se no perché ci interesseremmo di archeologia?

Insomma, in conclusione, se il giornalismo ha senso soprattutto se si va “sul posto”, il giornalismo archeologico ha senso se si mette piede nei luoghi dell’archeologia. Certo, ci è piaciuto andare a Pompei a raccontare Praedia Project, o gli scavi nel Foro. Ma ci è piaciuto anche andare sulle Alpi a raccontare i cacciatori del mesolitico, o del paleolitico, al Cansiglio, a Colombare a Passo Giau, (tutti gli scavi citati hanno un link attivo in questo articolo). Ci piace il fango degli scavi delle palafitte al Lucone, il terreno arato, riarato e ancora arato ad Altino. Le ossa di pesce delle cetariae di Porto Palo di Capo Passero, lo scavo in laboratorio delle tombe dei Veneti che va avanti da decenni a Padova. La public archaeology virtuosa delle terme medievali di Caldanelle, o dello stordente paesaggio della fortezza-villa di Poggio del Molino. L’archeologia dei confini di Roma a Doss Penede in Trentino. I mosaici tra le vigne di Negrar o gli etrusco-padani tra i campi di pomodori del Forcello. La difficile leggibilità degli scavi a San Basilio, nel delta del Po, l’archeologia dei conflitti tra le trincee di Dosso Merlo, che ci spiega che oltre all’oblio e ai cercatori di cimeli con metal-detector, c’è moltissimo da raccontare sulle tante guerre che hanno solcato l’Europa. E non solo, come non ricordare il grande lavoro di catalogazione e ricerca sulle postazioni della Folgore ad El Alamein. L’archeologia urbana in un ex-cinema a Verona (siamo riusciti a fare migliaia di visualizzazioni senza scrivere “la Piccola Pompei” sotto il cinema…Si può fareeeeee!), quella in un chiostro pisano alla ricerca delle origini di una potenza marinara, o quella sperduta tra le saline a Cervia Vecchia. Abbiamo scavato nel nostro archivio di cronisti in Afghanistan, ci siamo affacciati di nuovo al Sud per Siponto, siamo stati in Grecia appena il mondo ha ricominciato a girare (servizi in arrivo, anche quelli). Abbiamo parlato, oltre all’orizzonte delle “scoperte archeologiche”,  con chi si è impegnato nella decifrazione dell’Elamita Lineare, con chi indaga le strade nelle migrazioni umane, con chi fa di tutto per valorizzare il proprio museo…e molto, molto altro. Sono 117 video prodotti, in un anno, oltre 200 articoli. Pochi, pochi, troppo pochi. Vogliamo di più. Ora ci siamo, ora non ci sono più scuse, per noi e per voi. Voi ci chiamate, e noi veniamo a raccontare le nostre tante archeologie, la nostra passione, la ricerca, talvolta polemiche, orgoglio, visioni, ostacoli. Assieme, per spiegare che, come diciamo sempre, non c’è nulla di più contemporaneo dell’archeologia.

Un anno di ArcheoReporter (Angelo Cimarosti)

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