venerdì 3 Dicembre 2021

In diretta dal Neolitico della Valpolicella, alla ricerca del rapporto tra esseri umani e ambiente: selce, vite e nocciolo.

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Lo scavo archeologico a Colombare di Negrar (Verona), dove la Valpolicella inizia a diventare più selvaggia e le viti si diradano a favore dei boschi, cerca di fare luce sul rapporto tra esseri umani e ambiente in un periodo che va dal Neolitico recente e l’alba del Bronzo antico, ossia tra il 4500 e il 2000 a.C.. Le indagini dell’ Università di Milano (Dipartimento Beni culturali e Ambientali), per la verità, hanno ben presente la questione della cronologia, con possibili datazioni più antiche tra le ipotesi allo studio.

IL VIDEO-REPORTAGE DALLO SCAVO DI COLOMBARE DI NEGRAR:

 

Il paleoambiente delle Prealpi venete nel Neolitico: c’è anche la vite

Il lavoro multidisciplinare è focalizzato sul paleoambiente, per comprendere quale fosse la natura che gli abitatori di queste alture al limite dello spartiacque tra pianura e Val d’Adige, in vista del Garda, si trovarono ad affrontare. Sotto delle rocce tagliate di netto e ben riconoscibili nella zona, numerosi ripari offrivano protezione a una comunità senz’altro impegnata in un’industriosa produzione di manufatti in selce. Selce proveniente da altre zone della Lessinia, e poi lavorata a Colombare, evidentemente in una posizione strategica per poter distribuire gli utensili prodotti. I ricercatori coordinati da Umberto Tecchiati (professore di Preistoria ed Ecologia Preistorica alla Università a Milano) e da Paola Salzani, funzionaria archeologa della Soprintendenza, non temono di parlare di un distretto industriale ante litteram, incentrato sulle ricercate produzioni litiche di selce. La palinologia (le indagini sui pollini) e l‘archeozoologia, applicate in un ambiente che non ha subito troppe “intrusioni” dall’età del Bronzo in poi, permettono di iniziare a delineare un quadro molto interessante di come doveva apparire l’ambiente in quegli importanti millenni di passaggio tra preistoria e protostoria: ecco presenti nelle analisi il nocciolo e la vite (evidentemente un destino, in zona di Amarone!), sicuramente utilizzati anche se non ancora coltivati, ed ecco comparire le ossa di grandi bovini, molto diversi da quelli, molto più piccoli, che appariranno nelle epoche successive.

scavo-colombare-negrar

Uno progetto del genere non può prescindere da quanto già studiato nel passato, in particolare le indagini di Francesco Zorzi, condotte negli anni Cinquanta del XX secolo, e ora al vaglio dei ricercatori con la collaborazione del Museo di storia naturale di Verona. Il sito è vasto, e la stratigrafia ricca e complessa. La valutazione cronologica promette di essere molto più precisa con le prossime campagne di scavo, e non si nasconde che, in un sito così lungamente frequentato, si spera di poter trovare anche resti umani, che possano raccontare molto di più non solo sull’ambiente, ma anche su chi con questo ambiente viveva e lottava. Di sicuro uno degli obiettivi degli studiosi è legare questa complessa ricerca al territorio di appartenenza, in un dialogo tra ambiente attuale e paleoambiente, che dispiega parallelamente il confronto tra chi vive questo straordinario territorio nella contemporaneità e chi lo ha modellato nei millenni. Coinvolgere le amministrazioni e i cittadini, che rispondono con attenzione, è una stella polare degli scavi a Colombare di Negrar, dichiarata anche nel manifesto della comunicazione.

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