venerdì 3 Dicembre 2021

Giornalismo e Archeologia: le 10 espressioni che fanno infuriare

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Tutte le “top 10”, le liste, partono come un gioco, e questa lista sull’archeologia e il suo difficile rapporto con il giornalismo non fa eccezione. Il gioco però è una cosa seria, e ha un suo valore. La lista a volte rappresenta un canone, a volte semplicemente un vademecum o uno spunto di riflessione. Qui partiamo dai titoli e dalle espressioni che i giornalisti usano spesso per parlare di scavi, scoperte, indagini archeologiche…

  1. La piccola Pompei del…

Qualsiasi espressione che contenga la parola “Pompei” fuori contesto in un titolo o in un articolo è la causa scatenante di sentimenti di scherno e sberleffo da parte degli archeologi. La sciatteria è quella del “titolo facile” per cui qualsiasi ritrovamento archeologico, di qualsiasi tipo, in qualsiasi ambiente e in qualsiasi regione diventa una “piccola Pompei dell’Abruzzo”, una “piccola Pompei del medioevo”, la “piccola Pompei della preistoria” e via all’infinito. Su Google si trovano 9.710 risultati per “piccola Pompei”, ma vanno depurati da “la piccola Pompei del Vomero”, che ha attinenza religiosa. Quindi ci rifugiamo semplicemente in Google News, dove troviamo l’espressione in ben 623 articoli. Calcoliamo che mancano tutte le volte che “Piccola Pompei” è utilizzato in televisione o in radio, e il gioco è fatto.

Ma l’espressione Piccola Pompei merita qualche considerazione, perchè non è solo sciatteria, è mancanza di comprensione. Di Pompei c’è solo Pompei. Anche Ercolano, che potrebbe essere forse il paragone più calzante,  non è “una Pompei più piccola“, ma le caratteristiche della sua distruzione sono diverse da quelle della “sorella maggiore” che dista una quindicina di chilometri: fu investita in modo diverso dal Vesuvio, e anche lo scavo ha problemi differenti. Ora, Alba Fucens non è una Pompei d’Abruzzo perchè non è stata distrutta da un’eruzione, non ha le stesse caratteristiche, non ci assomiglia, non ha uno stato di conservazione analogo etc.etc. Possiamo fare altri cento esempi. Alba Fucens è Alba Fucens, non è la piccola Pompei di nulla. Utilizzare il termine passepartout “Pompei” perchè attrae l’attenzione, alla fine, non serve perchè è trito, e non serve perchè racconta il falso.

2. “Spunta”

“Spunta la villa romana sconosciuta”. “Spunta una necropoli etrusca”. “Spunta la tomba del guerriero etrusco…”. A parte l’evidente controsenso, dove lo “spuntare” dovrebbe indicare qualche cosa che attraversa il terreno in modo attivo, come per esempio una pianta, il grano, un germoglio, credo che il verbo sia molto lontano dall’archeologia, che non fa “spuntare” le testimonianze materiali del passato, ma le va spesso a ricercare, le ritrova nell’ambito di progetti archeologici non casuali. E anche quando il ritrovamento è “una sorpresa”, come il primo muro dell‘anfiteatro di Volterra nel 2015, in realtà si tratta del risultato di un’attenta osservazione di un cantiere, fatta da professionisti, su indicazioni delle soprintendenze e seguendo protocolli: si chiama archeologia preventiva. Nulla “spunta”, salvo eccezioni, non è un bucaneve.

3. Shardana

Qualsiasi teoria che veda gli shardana al centro del mondo mediterraneo, e trasformi la Sardegna in una sorta di hub primigenio di tutta la cività antica, crea reazioni allegiche agli archeologi di qualsiasi specie. La Sardegna ha già molta archeologia seria, e molta ne avrà in futuro. Non ha bisogno di fantarcheologia.

4.Atlantide

Come sopra, ma al momento passata di moda. I revival sono però sempre dietro all’angolo. Siamo a livello di Peter Kolosimo e fantarcheologia alla massima potenza

5. “Mistero Etrusco”

Gli Etruschi sono sicuramente diversi da altre popolazioni dell’Italia antica, ma non sono “misteriosi”. Non più di altri. Non più dei Veneti, o dei Sanniti, o dei Cartaginesi. La loro lingua non è “misteriosa”, ha solo pochi testi arrivati fino a noi. La loro storia non è “misteriosa”, solo poco conosciuta per mancanza quasi assoluta di fonti scritte dirette (iscrizioni fuori dalla sfera funeraria sono rare, e quelle funerarie sono molto brevi), c’è assenza di “storie”prodotte direttamente da loro. Con i Romani e i Greci siamo più fortunati, ma non è detto che non ci siano “misteri” proprio dove invece appare tutto scontato. L’archeologia non dà proprio niente per scontato, questo è un grande pregio della disciplina. Sono nozioni elementari da scuola media, ma evidentemente le nozioni si sono perse subito dopo l’esame. L’espressione “mistero degli Etruschi” resta lì, tenace.

6. “Scoperto da archeologo dilettante con metal detector”

L’archeologo è laureato in materie attinenti all’archeologia ed è anche un professionista, quando esercita effettivamente la professione di archeologo, nelle sue varie sfaccettature. L'”archeologo amatore” e l’ “archeologo dilettante”  sono espressioni analoghe a “medico dilettante” e “avvocato amatore“. Poi si può essere seriamente “appassionati di archeologia”e compartecipare a attivamente progetti archeologici ma è un’altra cosa. Se ci si aggiunge il carico “con il metal detector” la situazione precipita. Tutti gli archeologi pensano che il metal detector, che viene usato con estrema prudenza anche in uno scavo, usato dai “cacciatori di tesori” sia una grande sciagura. Questo vale per l’archeologia classica ma anche per forme di archeologia più vicine a noi cronologicamente, come i cercatori di reperti della prima o della seconda guerra mondiale. Con il progressivo riconoscimento della conflict archaeology, per esempio, i danni dei “cercatori di cimeli” sono irreparabili. Diverso è il caso di quegli appassionati che collaborano con gli archeologi in vasti progetti sul campo. Nel Regno Unito c’è una tradizione e molte storture si sono corrette, a beneficio di tutti, perchè spesso si tratta di profondi conoscitori del territorio che sarebbero utilissimi occhi da far partecipare a progetti condivisi e controllati, per non disperdere e decontestualizzare elementi importanti.

7. Paleontologo. Dinosauri scoperti dall’archeologo, etc.

Se il paleontologo si chiama in modo diverso da un archeologo c’è un motivo, fanno cose diverse. A livello “pro” possiamo addirittura arrivare a spiegare con chiarezza negli articoli che l’archeologo non si occupa di ominidi fossili. Per quelli ci pensa, tra gli altri, soprattutto il paleoantropologo.

8. Streetfood pompeiano

L’espressione è entrata nella top 10 a fine 2020, quando per il lancio del bel docu-film francese su Pompei (trasmesso dalla Rai), le agenzie di stampa hanno battuto “Scoperta bottega di street food dell’antichità“, provocando un diluvio di titoli-fotocopia. Per la polemica specifica, che vede anche qualche difensore della scelta, rimandiamo a QUESTO ARTICOLO. In generale l’utilizzo di espressioni contemporanee per “avvicinare” il grande pubblico all’archeologia (accade anche per altre discipline scientifiche) è un’ottima intenzione, ma raramente ottiene lo scopo. “Abbassare il registro” non è sempre un’operazione anti-elitaria, e utilizzare termini più specifici non è un atto di snobismo. Perchè non ci vuole nulla per arrivare a Spa di Caracalla.

9.Indiana Jones

Nulla contro il Doctor Jones da parte degli archeologi, anzi. Spesso sognano la sua frusta per farla schioccare davanti a un capocantiere ostruzionista, a volte forse anche la sua pistola. Ma espressioni come “gli Indiana Jones” e la sublime “Indiana Jones in gonnella” (sì, la trovate nei titoli) non meritano pietà

10. “Bloccato tutto per quattro pietre…”. “Arrivano gli archeologi, cantiere fermo per X settimane…”, “Stop ai lavori, ritrovata strada romana, cantieri per nuova linea tram a rischio…”

Queste espressioni sono le peggiori di tutte, indicano l’archeologia come un rischio (“rischio archeologico” si scrive nei progetti dei cantieri) e non come un’opportunità Queste sono le spie di un malessere profondo, e di un approccio giornalistico, burocratico e “culturale” (le virgolette sono un obbligo) che rende la disciplina ostile e aliena, lontana dalle esigenze del “mondo reale”. E ignora le enormi potenzialità per il territorio, le comunità, il senso di identità e di partecipazione.

Questo è solo l’inizio: per vostri suggerimenti e per le tante possibili integrazioni basta inviare una mail a segnalazioni@archaeoreporter.com  e aggiungeremo voci alla lista.

QUI LA VERSIONE IN INGLESE: NON E’ UNA TRADUZIONE, I BRITANNICI SI ARRABBIANO PER ALTRE COSE

EDIT: di seguito l’aggiunta di espressioni secondo le vostre segnalazioni a cominciare dal 4/1/2021

11. “Il mistero dei Templari”

Come dimenticarlo? E’ la prima segnalazione, che arriva da un medievista che, ad ogni scavo di chiesa, cappella, tabernacolo si sente rivolgere “ma potevano essere i templari”. Se poi si tratta di una cripta, apriti cielo, Dan Brown scansati… (segnalato dal prof. Roberto Farinelli)

12. “Monolite di metallo”

Mono-lite quindi in pietra – di metallo. Che altro aggiungere? Solo che contiamo che la stupidaggine, benchè intensa, abbia avuto vita breve (segnalato da Andrea Rossi)

13. “Recuperato tesoro”

Qualsiasi cosa trattata come un “tesoro”, anche un vaso totalmente fuori contesto. Senza pensare che anche un “tesoro” proprio d’oro, un monile, una fibula, un anello, fuori contesto, è esso stesso meno “tesoro” per un archeologo. Che può solo prendere atto di poco più che il valore estetico e tipologico del manufatto, senza poterlo raccontare, se non a grandi linee,  nella sua cronologia e nella sua geolocalizzazione. (segnalato da Simone Vero)

14. “Tutta colpa degli archeologi – La tragedia del treno causata da tre ciotole”

titolo di libero
Il celebre titolo di Libero “Tutta colpa degli archeologi”

Si tratta in effetti della sublimazione del punto 10 di questa lista. Probabilmente l’esempio più calzante di come venga considerata l’archeologia in Italia in generale, e non solo dalla stampa stessa. Di sicuro, l’inarrivabile titolo di Libero del 15 luglio 2016, raggiunse vette impensabili, con la reazione non solo dei singoli archeologi che si sentirono diffamati, anzi, calunniati, ma anche delle istituzioni, come il Consiglio Superiore Beni Culturali e Paesaggistici del Mibact, intento a spiegare che la ViARch, la valutazione di impatto archeologico, non ammazza le persone. (segnalato da Stefano Scannavini)

15. Cappella Sistina della Preistoria, del Medioevo etc.

Questa la si condivide con gli storici dell’arte. Il termine Cappella Sistina del Medioevo (spesso usato per gli Scrovegni a Padova) o Cappella Sistina della preistoria (Lascaux e un’altra dozzina di siti), che potrebbe avere anche una valenza, è talmente abusato da essere diventato stucchevole. Se tutto è una cappella Sistina di tutto, cos’è la cappella Sistina? Una Lascaux del Rinascimento? (segnalato da adi.bra61)

16. La Stonehenge del Mediterraneo.

Sarebbe solo una variazione della Pompei della Preistoria e della Cappella Sistina del Neolitico (punti 1 e 15), ma qui purtroppo la faccenda si aggrava. Perchè a scrivere La Stonehenge del Mediterraneo è proprio il sito ufficiale dell’assessorato al turismo della regione Sardegna a proposito della Sardegna stessa. Stupisce che per promuovere un territorio unico al mondo, che deve essere orgoglioso delle sue particolarità mediterranee, si debba andare a cercare un paragone – tra l’altro senza molto senso – con le Isole Britanniche. Gli inglesi si sognerebbero mai di provuolere Stonehenge come Il Nuraghe dell’Atlantico?

La scelta della Regione Sardegna: la Stonehenge del Mediterraneo…

A questo si aggiunge, sempre a proposito di Sardegna, l’infortunio giornalistico (poi corretto), dlla Domus-de Janas diventata “”Jeans“, ma quello è un evidente refuso. Però, per non farci mancare nulla, ecco la stessa domus trasformarsi in “La Cattedrale delle Necropoli Sarde” (segnalato da Carla Cossu)

17. “”Erano come noi”

Interessante questa segnalazione, che riportiamo, di un’archeologa infastidita “dall‘immedesimazione all’inverso tipica della maggior parte della divulgazione, ovvero affermare che ‘loro erano come noi’ riferendosi ai nostri predecessori. Negli anni ho sentito cose di ogni genere, ho visto visitatori stupirsi che i Romani avessero le latrine e bisogni identici ai nostri! In realtà bisognerebbe inquadrare in modo corretto la relazione storica dicendo che ‘noi siamo come loro’ (per alcune cose)”. (segnalato – e citato – da Rossella Colombi)

 

 

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