venerdì 19 Agosto 2022

Lo strano caso della street art in un’area degradata di Baratti: dove inizia il “paesaggisticamente corretto”?

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Giornalisticamente sarebbe semplice, una breve anche per una pagina locale, una fotina e chiuso lì. Uno street artist, piuttosto noto, fa un’opera su un muro piuttosto degradato della seconda metà del XX secolo. Nulla di artistico, nulla di anche lontanamente avvicinabile al razionalismo del Novecento, no, un muro fiancheggiato da due rampe di scale che va a una fonte, di fronte a macerie cementizie abbandonate lì da tempo e a spuntoni metallici, anche piuttosto pericolosi perché in una zona frequentata da turisti, bambini compresi.

C’è a chi piace, a chi non piace, e fin qui tutto normale. C’è chi la ritiene “uno scempio”, e fin qui tutto ultra-normale, accade anche con Banksy, figuratevi per gli altri… Si alzano i peana di chi grida al potere salvifico, quasi taumaturgico, dell’arte in zone piuttosto neglette come questa, e chi parte in quarta con alti lai, come se i pochi metri quadrati di bianco-calce “preparatorio” e disegno in nero avessero deturpato il Giudizio Universale della Sistina, manco si trattasse dei mutandoni di un Daniele da Volterra qualsiasi, noto come il Braghettone, per aver coperto le pudenda dipinte dal Buonarroti.

La vicenda in questione accade a Populonia, Golfo di Baratti, in quella che è conosciuta come fonte di San Cerbone, che finora quasi nessuno s’era mai filato di pezza e che improvvisamente pare diventata fondamentale opera d’arte, una specie di perno attorno a cui ruota come d’incanto tutto il sistema paesaggistico della Val di Cornia, ma anzi, della Maremma, dell’Etruria tutta, isole comprese.

E, in effetti – giustamente – è zona sottoposta a vincolo paesaggistico, e ci mancherebbe pure che non lo fosse. L’opera, che ha fatto ribollire i social, i gruppi locali, messo poteri e potentati ai ferri corti, è dipinta da OZMO, artista toscano di solida formazione accademica e di lunga militanza nella street art, ben conosciuto e anche senz’altro sveglio nel cogliere le occasioni come tutti gli street-artist, che devono essere sempre sintonizzati agli umori e alle voci di strada. Ma, essendo colto, ha una passione anche per le immagini del mito, tanto più se legate all’Etruria. Insomma, sono due immagini di monete Etrusche, il pietrificante volto di Medusa, che era battuto sulle monete coniate alla zecca di Populonia.

Il problema sorge quando se ne accorge sia la stampa locale (gli street artist mica sono sprovveduti a livello promozionale, si fanno le foto mentre dipingono opere site-specific di notte, e poi le diffondono), sia Carolina Megale, a cui, mal gliene incolse, l’opera piaceva. Essendo un’archeologa, direttrice del Museo Etrusco al Castello di Populonia, scrive qualche riga su ArchaeoReporter, di cui tra l’altro è una convinta sostenitrice, anche dal punto di vista editoriale (da parte mia questo si chiama disclaimer). L’essenza di quello che scrive (che trovate qui LINK ) è “che bello, almeno un gesto di attenzione al territorio utile anche contro l’abbandono”.

Apriti cielo! Scorrendo sui social, assieme a molti apprezzamenti, si fa largo anche la schiera dei detrattori, dove improvvisamente si assiste a un ribaltamento dei ruoli. OZMO, che ha fatto l’opera, diventa un deturpatore di “opera d’arte”, di “fonte settecentesca” (sic), del “paesaggio” e colpevole di altre mille turpitudini. La Megale, indicata quasi come complice del “criminale” gesto, anzi, vista come velatamente co-interessata, magari pure “committente” da quelli che la “sanno lunga”, perché il piccolo museo che dirige ha proprio una collezione di monete etrusche con Medusa. Insomma, una bieca operazione promozionale fatta, chissà perché, alla fonte di San Cerbone.

L’opera di Ozmo a Baratti distrutta da raid vandalico notturno, da pagina di Piombino da Scoprire

Al netto delle sempre vivaci contese toscane, un putiferio che, come spesso capita, concentra tutta l’attenzione sul dito che indica la luna. Luna che, in questo caso, è un’area veramente abbandonata e degradata. Ci sono quelli che vorrebbero il povero OZMO in ceppi, ad espiare la mano di calce dipinta sul muraccio, ci sono i talebani del “dura lex sed lex”, ci sono i sobillatori, e ci sono, infine, i giustizieri della notte. Ovvero i fenomeni anonimi che, con verniciaccia nera (questa sì indelebile), e con stile altrettanto nero da orbace, in meno di 48 ore, cancellano con spedizione punitiva le povere Meduse, finalmente riportando al consueto degrado l’area in stato di degrado. Ma di un degrado rassicurante, “paesaggisticamente accettabile”, insomma, un degrado più “borghese, più “per bene”, mica quelle robe da artisti imbratta-fonti-artistiche del Settecento. O era del Rinascimento? Ah, no, opera cementizia funzionale degradata e semi-abbandonata del secondo Novecento, scusate! Il paesaggio torna a respirare, da lontano i delfini ripopolano con guizzi argentini il Golfo, gli uccelli cinguettano felici che manco attorno a Mary Poppins, la fontana del Borromini (ah no scusate, è sempre mattone e cemento del XX secolo…) torna ad emettere non acqua, ma ambrosia. Baratti è salva.

Finita qui? Ma no, il giorno dopo l’opera viene ridipinta, mentre il povero comune di Piombino, tirato per la giacchetta dai pasdaran del paesaggisticamente corretto, dice su Repubblica di non voler passare alla storia come censore dell’opera di OZMO, anzi (link), e tutto ricomincia, nella simpatica tenzone dell’estate tra l’incolpevole San Cerbone, Baratti & soci. Sperando che qualcuno, paesaggio o non paesaggio, faccia nel frattempo rimuovere le macerie pericolose, alcune baracche e altre meraviglie non ancora attenzionate da quel diavolo di terrorista spietato dell’arte di strada.

L’opera di Ozmo ridipinta nella notte tra 30 giugno e 1 luglio dopo il raid vandalico (per ora)

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