mercoledì 8 Febbraio 2023

Fare archeologia in Italia: troppo piccoli per eccellere

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L’Italia, a livello internazionale, rappresenta un’eccellenza in ambito archeologico, non solo per il patrimonio archeologico e culturale che il nostro Paese custodisce, ma anche per l’insieme di conoscenze e competenze che i nostri professionisti hanno maturato nella disciplina.
Eppure, nonostante questo posizionamento strategico, il tessuto economico e produttivo legato all’archeologia è costellato di precariati, di disoccupazioni, di incertezze sul futuro professionale, di organizzazioni sotto-patrimonializzate, con bassi tassi di marginalità, e con condizioni economiche tali che, anche quando in buona fede, non riescono a garantire ai propri dipendenti e/o collaboratori un futuro professionale solido.
La nostra archeologia, a ben vedere, rappresenta non solo una sorta di contraddizione in termini, ma anche un’importante eccezione a livello internazionale.
In quasi tutti gli altri campi produttivi, ivi inclusi quei settori in cui l’impianto accademico è consistente, se in un Paese è presente una determinata specializzazione, la dinamica è piuttosto differente.
In genere, infatti, all’interno di un dato territorio, emergono sempre uno o più soggetti produttivi che, per capacità, competenze, tecnologie e visione strategica, riescono a divenire più “importanti” rispetto agli altri.
Quando questo accade in un territorio che presenta un basso livello di specializzazione produttiva, quei soggetti tendono a mantenere la propria posizione a livello territoriale (sia esso provinciale, regionale o nazionale).
Quando invece accade in un territorio che vanta, in quel dato settore produttivo, un’importante specializzazione, allora i soggetti che emergono più degli altri tendono ad avviare una pratica espansiva che consente loro di affermarsi anche al di fuori del proprio territorio di pertinenza.
Senza ricorrere ad esempi classici dell’economia industriale, il concetto è abbastanza semplice: se in un dato territorio vivono molti tra gli esseri umani più alti al mondo, allora le persone più alte all’interno di quel dato territorio tenderanno necessariamente ad essere tra le più alte al mondo.
Semplice.
Allo stesso modo, se in un dato territorio sono attive molte delle più importanti aziende mondiali di tecnologia, allora le aziende che riusciranno a vincere la concorrenza in quel dato territorio con molta probabilità tenderanno ad affermarsi anche sui mercati internazionali.
L’Italia e l’archeologia, però, raccontano una storia diversa.
All’interno del settore archeologico italiano operano moltissime organizzazioni, che si avvalgono di professionisti che sono davvero delle eccellenze, ma in questo caso le condizioni portano ad un risultato che è evidentemente differente da quanto potrebbe essere rispetto al settore tecnologico.
La spiegazione di questo fenomeno non è complessa: quando sussistono queste condizioni, infatti, il problema non può che sussistere nello “scenario di riferimento”.
È quanto accade anche con le persone: quando vediamo un bambino che, pur essendo dotato di un’acuta intelligenza tende ad assumere comportamenti tutt’altro che brillanti, tendiamo a considerare che qualcosa, in uno dei suoi contesti di riferimento (scuola, famiglia, gruppo dei pari, ecc.), non funzioni per il verso giusto.
Per le organizzazioni è più o meno lo stesso: se ci sono delle organizzazioni che, pur avendo tutte le premesse per poter crescere ed emergere a livello internazionale, tendono invece ad avere equilibri precari sotto il profilo economico e finanziario, allora è probabile che il loro scenario di riferimento, e quindi l’insieme di regole che disciplinano il funzionamento, non sia tale da favorirne lo sviluppo.
Nel caso dell’Archeologia, probabilmente, è la struttura stessa della catena di creazione del valore che scongiura, sul nascere, l’emersione di potenziali eccellenze internazionali. E questa condizione è una delle più pericolose sotto il profilo produttivo.
Perché se in un dato territorio sono presenti molteplici operatori attivi nel medesimo settore, allora o si tenderà ad avere un soggetto che presenta margini di crescita superiori agli altri, o si tenderà ad avere una stasi economica, in cui poche risorse vengono divise tra tanti soggetti, con probabile insoddisfazione di tutti.
In altri termini, l’Italia ha bisogno di cambiare il modo stesso in cui si fa archeologia, perché quanto sinora condotto, in realtà, ha portato proprio ad una condizione di stasi, con evidente insoddisfazione, se non di tutti, di molti.

Le dieci scoperte archeologiche più interessanti del 2022 per ArchaeoReporter. E quattro bugie.

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