domenica 27 Novembre 2022

Istruzione, demografia e immigrazione: fronteggiare la necessità di nuovi italiani. Le sfide del ministro Valditara che scrisse “L’impero Romano distrutto degli immigrati”

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La nomina di Giuseppe Valditara come Ministro dell’Istruzione e del Merito ha suscitato non poche polemiche. Tra tutte, quella che ha trovato maggiore risonanza sui social, è quella che ha per oggetto la visione del neo-ministro sulla caduta dell’impero romano. Il titolo di una sua pubblicazione lascia poco spazio per le ambiguità: L’impero romano distrutto dagli immigrati. Così i flussi migratori hanno fatto collassare lo stato più imponente dell’antichità.

Facile prevedere che questa tematica abbia acceso gli animi degli internauti, con scambi che difficilmente potremmo definire come arguti. Proprio in uno di questi “botta e risposta”, però, è emerso uno spunto di riflessione che vale la pena approfondire. In risposta ad un commento di un utente, che avvisava il neo-ministro che “a scuola avrebbe insegnato storia militare per formare truppe scelte” che un domani avrebbero assediato un “voi” non meglio specificato, dalle pagine di un blog vicino ad un’ideologia di estrema destra, un altro utente risponde: “Ti accorgerai di non avere truppe”.

Nonostante il carattere piuttosto infimo di questi scambi, è curioso osservare che l’autore del commento, in modo involontario, ha individuato uno dei problemi principali con cui gli esponenti dell’ideologia “anti-immigrazione” dovranno fare i conti: la dimensione demografica.

Per avere un’idea seppur vaga del fenomeno, di seguito vengono confrontati i dati Istat sui “nuovi nati” elaborati da Openpolis con i dati, sempre Istat, sui morti in Italia.

La situazione, dunque, è questa:

“Nuovi nati” in Italia a confronto con morti su dati Istat elaborati da Openpolis

A questo punto, è forse opportuno sgombrare il campo da eventuali illazioni: il tema è molto serio, e va trattato con attenzione. Questi dati evidenziano una, ed una cosa soltanto: che l’Italia ha un problema demografico. Se i nuovi nati continuano ad essere minori dei morti, la popolazione non può che decrescere. E una popolazione in declino può comportare seri problemi in termini di produzione, in termini di previdenza sociale, in termini di flusso fiscale verso l’erario, ed anche in termini di sicurezza sociale.

Tale evidenza rappresenta, dunque, un “dato di fatto”, e il differenziale che separa i volumi delle nascite da quelli dei decessi inizia a divenire significativo. Per intenderci: nel periodo considerato, i decessi sono stati più numerosi del 35% rispetto alle nascite.

Quindi, il dato certo ed effettivo è che il nostro Paese deve rispondere a questo problema.

Come deciderà di farlo è una decisione “politica”.

Una delle strade di cui il nuovo governo è da sempre portavoce è quello dell’incremento delle nascite di “bambini italiani”. Si tratta di una condizione sicuramente auspicabile, ma probabilmente non risolutiva, quantomeno nel breve periodo.

Per capirlo, vale forse la pena fare un “gioco”. Ipotizzando che la quantità dei decessi rimanga invariata nei prossimi anni (condizione difficilissima data la nostra piramide delle età), e che questo “livello fisso” sia riscontrabile nella “media” dei decessi annuali del periodo considerato. Bene, ora ipotizziamo che a fronte di questo “livello fisso dei decessi”, il numero di “nuovi nati” del 2030, sia di circa il 40% in più rispetto ai nuovi nati del 2021.

Orbene, anche questa ipotesi, del tutto inverosimile, non porterebbe ad una crescita naturale della popolazione. I nuovi nati del 2030 sarebbero infatti comunque inferiori a quelli dei decessi dello stesso anno. Sicuramente il divario si restringerebbe, ma la popolazione, in pratica, continuerebbe a diminuire. Il tutto, assumendo che da qui al 2030 nessun italiano si trasferisca all’estero per motivi di lavoro.

Se la strada dell’incremento demografico naturale non risulta dunque sufficiente, allora è evidente che bisogna affiancare questo tipo di politica ad altre misure. E siccome la popolazione o nasce in Italia, o viene dall’estero, non c’è altra alternativa che considerare quest’ultima ipotesi.

E’ vero, un’altra strada possibile sarebbe quella di richiamare gli italiani attualmente all’estero, ma è una strada che, nella pratica, risulta essere ancora più inverosimile delle precedenti.

E questo ci riporta alla riflessione inziale: come l’ideologia contraria ai flussi migratori in entrata dovrà “conciliarsi” in qualche modo con l’esigenza di far crescere il numero di persone residenti sul nostro territorio.

In questo senso, una strada da percorrere potrebbe sicuramente essere quella di favorire una migrazione differente da quella che ha contraddistinto i nuovi ingressi in Italia negli ultimi anni. Si tratterebbe, quindi, di incrementare il livello di attrattività internazionale del nostro Paese, attirando nuovi professionisti dall’estero, che si trasferirebbero in Italia per opportunità di lavoro e di vita migliori di quelle rintracciabili in altre Nazioni europee o extra-europee.

Anche questa direttrice è sicuramente auspicabile, così come è auspicabile l’incremento del tasso di natalità endogeno del nostro Paese. Ma auspicabile non è sinonimo di realmente percorribile.

In questo caso, ad esempio, ad “ostacolare” questo tipo di azione sono i dati sulla nostra disoccupazione, ed in modo ancora più evidente i dati legati alla disoccupazione tra i laureati. Si pensi che in Italia, il tasso di occupazione nella fascia d’età tra i 30 e i 34 anni, è del 78,3% (la media europea è invece dell’86,5%). Con questo surplus di offerta di lavoro specializzato (laureati) rispetto alla domanda (posti di lavoro disponibili), è semplicemente anti-economico per le imprese italiane assumere persone dall’estero, fornendo loro condizioni migliori di quelle rintracciabili negli altri Paesi europei ed extra-europei. Bisognerebbe quindi che le imprese crescano al punto da rendere il tasso di disoccupazione tra i laureati all’interno di un intervallo non patologico. E come se ciò non bastasse, bisogna tener altresì conto che le imprese italiane sostengono un carico di spese per lavoratore assunto in alcuni casi molto più alto rispetto a quello degli altri Paesi.

Eliminando l’impossibile, dunque, l’unica condizione verosimile che resta è quella degli attuali flussi migratori in entrata, che sono quelli in gran parte osteggiati dalla retorica anti-immigrazione attuale.

E questo ci riporta nuovamente al punto di partenza: come conciliare l’ideologia con la realtà?

Una strategia è sicuramente quella di continuare a fare “opposizione”: mantenere quindi invariati i toni e i linguaggi della comunicazione, nonostante l’evidente contraddizione intrinseca che questa condizione comporterebbe, ben consapevoli che tale contraddizione verrebbe presto dimenticata dagli elettori (la storia degli ultimi decenni della nostra democrazia fornisce evidenze piuttosto significative in tal senso). Sarebbe una strada che, per quanto efficace sul dato elettorale, porterebbe tuttavia ad una condizione di scarsa efficacia sul lato sostanziale, condizione che l’attuale governo dovrebbe in tutti i modi scongiurare.

Un’altra strada sarebbe invece quella di sfruttare l’artificio retorico, introducendo piccoli, ma consistenti modifiche nella comunicazione, affiancando tali cambiamenti con azioni coerenti.

Una strategia che ben risponde a quest’ultimo caso potrebbe essere, ad esempio, fondata sulla “cultura”.

A divenire centrale, in questo modo, non sarebbe più il carattere “genetico” (smentito) o una dicotomia assoluta Italia – estero, quanto piuttosto la capacità del nostro Paese, di rendere “italiani” persone provenienti da (quasi) qualsiasi parte del mondo.

L’essere “italiani”, verrebbe dunque ad essere non tanto una caratteristica “ontologica”, ma uno status che si conquista, attraverso la padronanza della lingua, attraverso la conoscenza della nostra storia e della nostra cultura, facendo sì che “l’immigrato” possa in poco tempo sentirsi “pienamente italiano”, obiettivo sinora mancato anche dalle posizioni ideologiche pro-immigrazione.

È evidente il ruolo che il Ministero dell’Istruzione e del Merito giocherebbe in questo processo: corsi di lingua italiana, corsi scolastici, corsi di professionalizzazione per lavori che non vadano in contrasto con l’offerta del lavoro dei cittadini residenti, occasioni di integrazione tra i cittadini residenti e i “nuovi italiani”, e azioni di promozione dell’integrazione che siano finalizzate ad evitare il formarsi di processi di “autosegregazione” che, al di là delle opinioni di ciascuno di noi, rappresentano in ogni caso un elemento socialmente poco desiderabile.

I vantaggi di questo tipo di azione sarebbero considerevoli ed in primo luogo sul versante dell’occupazione “nostrana”, con un aumento dell’occupazione di insegnanti e professionisti dell’integrazione. In secondo luogo, questo tipo di processo, porterebbe gli “immigrati” a non vedere nel nostro Paese un “luogo di lavoro da abbandonare una volta raggiunta un’adeguata somma di risparmi”, ma un luogo in cui restare, e nel quale costruire la propria vita.  Questo si tradurrebbe anche in una riduzione delle cosiddette “rimesse verso il Paese d’origine”, vale a dire le somme di denaro che gli immigrati inviano alle proprie famiglie e che rappresentano in ogni caso una fuoriuscita di ricchezza dal nostro Paese. La Banca d’Italia ha infatti calcolato che il valore di tali rimesse (che non tiene conto dei canali informali), tra il 2005 e il 2015, sia stato pari a quasi 65 milioni di euro. Considerando che i risparmi in un sistema economico siano sempre soggetti ad effetti “leva”, il valore reale del denaro che ogni anno fuoriesce dal nostro Paese diviene di certo non indifferente.

Al di là delle questioni di natura economica e finanziaria, però, ciò che più acquisirebbe “valore” sarebbe proprio la nostra “cultura”, che giocherebbe un ruolo centrale all’interno di un processo di crescita reale del Paese, a partire dalla sua demografia fino alla capacità di produrre valore aggiunto.

Non la cultura come “patrimonio invidiato dal resto del mondo”, affermazione se non discutibile, quantomeno iperbolica, ma una cultura “reale”, quella che porta i cittadini (siano essi da sempre in Italia o solo da qualche mese) a vedere nei Musei un luogo identitario, e non una cassa di risonanza mediatica (da parte di attivisti o di influencer). Che porterebbe ad individuare, nei nostri territori, quelle risorse distintive il cui target naturale non è quello turistico, ma quello dei residenti, e che per fiorire necessitano pertanto di sufficienti persone che popolino il territorio.

Soprattutto, in questo modo, l’attuale Governo potrebbe mantenere salda la propria narrazione nei riguardi dei propri elettori, e, al contempo, dimostrare, nei fatti, di essere riuscito a realizzare delle politiche realmente inclusive, al contrario delle accuse da stadio che le due fazioni spesso si lanciano.

Di certo non è l’unica soluzione possibile. È vero. Ma è una soluzione concreta, per risolvere un problema che altrimenti, rischia davvero di rendere l’Italia una “paese senza truppe”. In tal caso, sì, l’Italia senza dubbio si troverebbe ad essere “conquistata”, ma ad averla distrutta, non saranno stati gli immigrati, ma le forze politiche che non hanno saputo trasformare questa condizione demografica delicata in una opportunità di sviluppo nazionale.

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1 commento

  1. I flussi migratori e le invasioni non sono stati l’unica causa del crollo dell’Impero Romano di Occidente, ma di più lo sono stati i fattori economici e sociali ,con la scomparsa del ceto medio e della sua moneta di argento , il denarius , e le scelte politiche sbagliate unite a guerre civili devastanti. L’analisi di Valditara è inaccettabile sotto tutti i punti di vista.

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