giovedì 8 Dicembre 2022

Venezia, il Festival, e ciò che sfugge alle politiche culturali delle nostre città

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Il Festival del Cinema di Venezia, la città lagunare e lo sviluppo territoriale attraverso la cultura.

Si può parlare ancora oggi dell’anima di una città? O meglio, si può parlare di “anima” delle città in un contesto “tecnico”, come quello della pianificazione urbana?

Probabilmente no. Non in questi termini, almeno. Oggi le città sono viste come un “sistema complesso evolutivo”, concetto estremamente efficace mutuato dall’ingegneria, o meglio, dalla “teoria dei sistemi non lineari con particolare riferimento alle interferenze provocate dall’osservazione esterna”.

La città, e il rapporto tra città e cittadini, sono quindi protagonisti di una complessa rete di relazioni che definiscono un contesto dinamico, in cui ogni cambiamento genera un cambiamento a livello sistemico.

È da questa, ribadiamo efficace, visione di città, che si dipana l’approccio economico-ingegneristico con cui oggi le città vengono studiate, analizzate, valorizzate.

In questa direzione si inscrivono altresì le politiche culturali: sono interventi finalizzati al recupero urbano, alla economicità generale del sistema, alla razionalizzazione dei servizi, alla creazione di un sistema logistico di trasporto che renda più semplice e rapido raggiungere determinate venues culturali della città.

Sono strumenti fondamentali, che permettono di conformare l’ambiente costruito sulle esigenze dei cittadini che lo abitano. Eppure.

Eppure, nonostante parlare di “anima delle città” riporti subito alla memoria i flaneur di Baudelaire e un tempo oramai lontanissimo, le nostre città sono lì a ricordarci che qualcosa, in questa visione della città, continua inesorabilmente a sfuggirci.

Il Festival di Venezia è l’emblema di questa dimensione: è un festival importantissimo all’interno della dinamica cinematografica internazionale, ma deve questa sua rilevanza anche a fattori “altri” rispetto ad altrettanto importanti festival cinematografici mondiali. Non è solo la qualità delle scelte, non è solo l’impeccabilità della giuria. Non sono solo gli impatti che può avere sulle conseguenze della distribuzione delle pellicole vincitrici. C’è qualcosa, a cui non vogliamo dare un nome, ma che per tutti noi è sensibile, quando andiamo a Venezia.

Nella nostra visione del mondo, nella nostra interpretazione delle città, questo elemento immateriale è demandato alla “cultura”, e, con maggior grado di dettaglio, all’insieme di azioni volte a valorizzare la cultura immateriale di un luogo. Ma questo è soltanto in parte vero.

Quella componente non è esclusiva della cultura, ma è in ogni elemento che nel tempo ha generato l’autodeterminazione della città in tutte le sue dimensioni: è quella dimensione che nelle classifiche internazionali assume nomi ogni volta diversi, ed è una grandezza che, sinora, nessuna politica ha saputo realmente comprendere.

Si prenda ad esempio come l’Intangible Cultural Heritage dell’UNESCO “descrive” il Patrimonio intangibile:

Si tratta, ancora una volta, di un approccio scientifico-sistemico. Più nel dettaglio, l’immagine rappresenta un grafo, ed un grafo, come indicato da Treccani, identifica “nel linguaggio scientifico, una struttura relazionale formata da un insieme finito di oggetti detti nodi o vertici, e da un insieme di relazioni tra coppie di oggetti dette archi o spigoli.”

Le nostre politiche culturali rispondono a questa concezione della realtà, e così fanno le nostre amministrazioni cittadine: si concentrano sui nodi, sugli archi, agiscono su un elemento per innescare una serie di cambiamenti a livello sistemico.

Condizione funzionale, se viene condotta consapevolmente, e vale a dire ben sapendo che, in quell’enorme mole di causalità, ciò che contraddistingue Roma da Berlino, Londra da Napoli, Palermo da Milano, è un po’ meno che “assente”. È lo spazio bianco tra i punti.

Non è rappresentabile, ma è quello che fa sì che il Festival di Venezia non sia soltanto un Festival del Cinema, ma in un certo senso il Festival della Storia del Cinema.

Con l’Oscar questo non succede. E non succede con le biennali d’arte nel mondo.

Si può dunque parlare ancora dell’anima di una città?

Forse no, ma se comprendiamo che sia proprio questa caratteristica così sfuggente a qualsiasi intento definitorio a rendere le nostre città così importanti, probabilmente diviene meno irriverente iniziare a pensare a politiche culturali che nascano dai territori. Diviene meno folle considerare la presenza, negli uffici tecnici delle nostre città, di storici, archeologi, esperti d’arte.

Diviene, in pratica, meno paradossale pensare ad uno sviluppo territoriale attraverso la cultura e dismettere una logica che, alla cultura, demanda un esclusivo sviluppo culturale.

Un gioco divertente. Una riflessione sull’archeologia “scavando” nelle nostre case

 

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