domenica 4 Dicembre 2022

Il valore del “dismesso”. Dall’archeologia industriale agli spazi vuoti – il senso dell’archeologia del presente.

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Vuoti urbani, archeologia industriale, case cantoniere, torri, edifici dismessi, abbandonati, sub-utilizzati, recupero di stazioni ferroviarie dismesse: pur riguardando elementi, di fatto, molto differenti tra loro, l’attenzione verso il paesaggio costruito è stata più o meno costante negli ultimi anni.

Sono molteplici i motivi che si potrebbe indicare all’origine di tale interesse: l’attenzione ai temi ambientali, ad esempio, ha condotto ad una sempre maggiore attenzione al recupero dell’esistente piuttosto che al consumo di suolo; la necessità di rinnovare le dimensioni strutturali delle nostre città ha condotto all’emersione di tematiche come quella della rigenerazione urbana; la necessità di individuare una possibile sostenibilità della gestione del patrimonio immobiliare, ha condotto alla valorizzazione di beni demaniali sub-utilizzati (torri, case cantoniere, ecc.)

Tali motivazioni, tuttavia, illustrano soltanto una dimensione del fenomeno: la dimensione “pragmatica”, che dall’evidenza di necessità concrete ha fatto derivare politiche culturali e finanziarie.

C’è tuttavia un altro elemento, che quando si guarda alle sole “politiche culturali” spesso viene soltanto parzialmente considerato: ed è la dimensione della “domanda”, e più nel dettaglio, il crescente interesse che sempre più persone palesano nei riguardi di questi “relitti”, recenti e meno recenti, del nostro sistema sociale.

Anche sul versante culturale le motivazioni che di fatto, determinano tale domanda sono molteplici. Eppure, pur non essendo sicuramente l’unica motivazione, è sicuramente possibile affermare che, sotto il versante culturale, tale attenzione possa anche soltanto in parte essere collegata ad una “ricerca di senso” da parte del nostro Paese, o, meglio detto, alla costruzione di una narrazione che in qualche modo tenga conto e tenga uniti i ripetuti cambiamenti sociali del nostro passato recente.

Per quanto tale riflessione sia tutt’altro che “controintuitiva”, la rilevanza di tale interpretazione è stata sinora relegata a riflessioni esclusivamente “culturali”, non trovando, in realtà, uno spazio concreto nella definizione delle politiche, né tantomeno nella definizione degli strumenti adottati: una riflessione naif, insomma, materia di convegni accademici o di psicologia.

A ben vedere, però, la distanza che separa la riflessione teorica che ha approfondito le “possibili ragioni” di tali interessi e la serie di strumenti finanziari che sono stati messi in campo, è il riflesso di un ancora troppo forte “scollamento” tra due dimensioni che, invece, dovrebbero essere profondamente connesse.

E questo, a sua volta, è il riflesso di una struttura delle competenze caratterizzata dalla scarsità di figure “ibride”, e dalla predominanza di specializzazioni iper-settoriali.

Le conseguenze di queste evidenze sono tutt’altro che astratte, perché, ragionando in termini pragmatici, se si ignorano le motivazioni alla base della “domanda”, non si possono generare prodotti e/o servizi in grado di soddisfarla.

Questa riflessione illustra, ad esempio, le ragioni per le quali, nel nostro Paese, i fenomeni di valorizzazione abbiano spesso seguito ricette “standard” ed è in questa luce che, ad esempio, ben si spiega il motivo per cui molte di queste ricette non abbiano funzionato.

In termini concreti, insomma, i motivi per cui una villa abbandonata è percepita come culturalmente rilevante dagli abitanti di una piccola cittadina di provincia possono essere molto differenti tra loro: è chiaro che se per gli abitanti, quella villa è un “pezzo di storia del comune”, riqualificare quell’edificio rendendolo un centro polifunzionale risponde poco alla domanda culturale; così come è chiaro che applicare a tale villa una narrazione culturale sia una soluzione poco efficace se la stessa viene percepita dagli abitanti come una mancata occasione di sviluppo.

Molte opportunità, quindi, sono state sprecate, non per mancanza di fondi, ma perché non c’è stata una reale comprensione delle esigenze della comunità.

E questa mancanza di comprensione denota una carenza strutturale, destinata a reiterarsi se non viene debitamente corretta. Reiterarsi con i prossimi finanziamenti per i vuoti urbani, con i prossimi progetti di archeologia industriale, con le prossime agevolazioni per la creazione di interventi tecnologici nei musei, nelle biblioteche o nelle aree meno sviluppate delle nostre città.

In alcuni casi tali progetti riusciranno sicuramente a creare un “match” tra domanda e offerta. In altri, costruiremo discoteche dove le persone volevano balere.

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