mercoledì 7 Dicembre 2022

Cooperative: quando crescere snatura e decrescere è impossibile

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Disclaimer: chi scrive ritiene che il fenomeno delle cooperative sociali in Italia rappresenti un elemento importantissimo non solo dal punto di vista economico, ma per la società civile nella sua interezza. Ancora, chi scrive è fermamente convinto che il lavoro cooperativo possa essere un’importante leva di sviluppo anche futuro.

Chiarite le premesse, e scongiurate, si spera, le proteste di chi si ferma a leggere soltanto i titoli, è opportuno ribadire che ritenere che uno strumento sia importante non necessariamente implica che si debba ritenere quel medesimo strumento anche “intoccabile”.

La riflessione che qui si intende condurre non può, ovviamente, ambire ad essere “totale”, ma si concentra su quelle numerose organizzazioni cooperative che, per modello di business, si trovano in qualche modo costrette a crescere. Anche quando crescere significa ridurre il senso stesso della cooperativa. Questo punto merita forse un maggiore approfondimento.

Non è infrequente che una cooperativa si trovi ad avere, come principale cliente, un’istituzione o un ente pubblico. Malgrado gli sforzi posti in essere, è noto che questa categoria di interlocutori registri dei ritardi nei pagamenti.

Ciò significa, quindi, che la cooperativa, di fatto, anticipa i pagamenti dei dipendenti e dei soci, andando spesso incontro ad un problema di flussi di cassa, che, banalizzando, significa che la cooperativa, pur avendo “crediti” a sufficienza per poter pagare tutti i fattori di costo, non ha le necessarie disponibilità di cassa per farlo.

A questa condizione, in genere, si reagisce in modo piuttosto canonico: si ampliano le commesse, spesso attraverso gare e bandi, per poter incrementare i flussi di entrate e raggiugere così un migliore equilibrio temporale tra le entrate e le uscite.

Questa condizione comporta, quindi, una crescita “forzosa”, perché non risponde ad una reale strategia della cooperativa, ma ad una necessità di natura economica.

Questo tipo di crescita comporta una serie di difficoltà.

La prima difficoltà è di natura strategica: la ricerca di nuove entrate, in genere, non si accompagna ad un Piano di Sviluppo, non riflette una volontà dei soci, non risponde ad esigenze di medio-lungo periodo. Nella maggior parte dei casi, quindi, si traduce in un flusso di lavoro disordinato, con colli di bottiglia nel comparto gare, insoddisfazione latente all’interno della cooperativa, e partecipazione ad attività anche distanti dal business della cooperativa, che così si trova a fare lavori differenti, difficilmente inseribili all’interno di un flusso organizzativo unitario.

La seconda difficoltà è dettata dalla crescita in sé: fondare una cooperativa ha, o dovrebbe avere, uno scopo specifico che è in parte differente da quello di qualsiasi altra impresa. L’incremento di cooperanti, soci e/o dipendenti, spesso mina quella dimensione sociale che animava la cooperativa alla sua costituzione, rendendo la gestione dei rapporti sempre più distante ed ordinaria.

Dinamiche che vengono ancor più accelerate dall’adozione del meccanismo della clausola sociale: in pratica, quando il settore pubblico indice una gara, per tutelare (giustamente) i lavoratori di un operatore economico uscente, invita gli operatori economici ad assumere, in modo prioritario, coloro che già lavoravano presso quella sede.

Meccanismo senza ombra di dubbio necessario per la continuità occupazionale, ma che, nei fatti, fa sì che la cooperativa cresca avvalendosi di persone e personale che non conosce e che, magari, non condivide affatto lo scopo della cooperativa, ma è, (sempre legittimamente) soltanto interessato a tutelare il proprio posto di lavoro.

Questa serie di dinamiche giustissime, però, portano a qualcosa che così giusto rischia di non essere.

Che cooperazione ci sarà in un’organizzazione che conta, tra dipendenti, soci, cooperanti e direttori, 2000, 3000, 5000 persone, per lo più saltuarie, part-time, o affini?

Siamo abituati a pensare che ciò che contraddistingue il terzo settore da altri soggetti sia l’assenza di scopi di lucro (sebbene questo confine si sia affievolito nel tempo), ma siamo sicuri che sia questa la caratteristica dirimente?

Non è forse più importante tutelare i valori iniziali e la condivisione degli stessi?

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