giovedì 8 Dicembre 2022

Archeologia subacquea per tutti a Porto Cesareo, i relitti delle Colonne e delle Anfore Tripolitane diventano “archeologia pubblica del mare” – Progetto UnderwaterMuse

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Le colonne di marmo “imperiali” in marmo cipollino restano nel Mar Jonio, sotto la superficie dell’acqua. Il relitto delle Colonne di Porto Cesareo (Lecce) non è però un sito archeologico subacqueo raggiungibile solo con bombole e brevetto, con capacità tecniche e costi non alla portata di tutti. La nave romana affondata sulla rotta del marmo, diretta probabilmente ad alimentare un cantiere pubblico di prestigio durante l’impero, tra il II e il III secolo d.C., è sottocosta, raggiungibile con una breve nuotata dalla spiaggia, e si apre alle meraviglie della visita con maschera, pinne e boccaglio.

Basta questo per farne un sito alla portata di tutti i cittadini? Il Progetto Underwater Muse, che è arrivato a compimento a inizio estate 2022, ci spiega di no, se la possibilità di vivere da protagonisti il relitto non è nota a chi frequenta la meravigliosa costa del Salento, o altrove. Servono informazioni, musealizzazione del sito (come si è iniziato a fare con una targa subacquea e materiale di supporto, per esempio delle card resistenti all’acqua per riconoscere i reperti), una preparazione a riva, come quella presente nella Torre Chianca sulla costa, in vista del relitto, che ospita una mostra divulgativa ma scientificamente aggiornata, e che, ovviamente, fa uso delle tecnologie di realtà aumentata, mai come questa volta letteralmente immersive.

I RELITTI DI PORTO CESAREO, ARCHEOLOGIA SUBACQUEA (prima parte)

 

Porto Cesareo rappresenta uno dei siti “pilota” per rendere i luoghi ricchi di archeologia a pochi (spesso pochissimi) metri di profondità facilmente visitabili, con una indimenticabile esperienza sia d parte dei cittadini del territorio che dai turisti. Turisti che la professoressa Rita Auriemma, vulcanica coordinatrice del progetto Underwater Muse, esperta archeologa subacquea dell’Università del Salento, preferisce chiamare “cittadini temporanei”. Perché per lei l’archeologia, in questo caso quella del mare, rappresenta un inviolabile diritto di cittadinanza che tutti devono poter fruire, o meglio, letteralmente vivere. Chiamiamola archeologia pubblica del mare, archeologia partecipata del Mediterraneo, archeologia “immersiva” per il territorio, ma l’importante è l’obiettivo. Far sì che l’Italia ma anche la Croazia (partner del progetto), la Grecia, l’intero bacino del Mare Nostrum, possano rendere visibile l’invisibile, far partecipare tutti del fascino senza aloni di mistero e di inaccessibilità. A Porto Cesareo, ad esempio, il relitto delle Anfore Tripolitane a un chilometro di distanza dal relitto delle Colonne, è un’altra grande occasione a portata di snorkeling. Qui l’esempio stesso della prima antropizzazione del pianeta, l’onnipresente ceramica antica, si è rinaturalizzata seguendo la forza inglobante della natura.

GUARDA IL VIDEO SUL RELITTO DELLE ANFORE TRIPOLITANE (seconda parte)

È il carico di una nave proveniente dalle rotte commerciali – in questo caso dall’Africa al Mediterraneo settentrionale – di anfore contenenti garum, o pesce salato, se non olio, che si è ricostituito, seguendo le caratteristiche del fondale e le indicazioni delle correnti, in una sorta di barriera non corallina ma ceramica, che ospita creature del mare e tende a ri-confondersi con il paesaggio, quasi fosse un’installazione di land art. Dei conglomerati di colli di anfore, di anse, di cocci di ogni tipologia poggiati alla roccia e scolpiti da millenni di movimento marino, rose del deserto gigantesche sul basso fondale della costa. Che i cittadini possono osservare nella loro seconda vita grazie a una maschera, a un boccaglio e a una conoscenza riemersa proprio dove il relitto è sommerso, a un senso di appartenenza e di partecipazione dove prima si pensava solo a un sito per pochi amatori e per subacquei praticanti. Il tutto mentre la ricerca, dall’Università del Salento a Ca’ Foscari di Venezia  (prof. Carlo Beltrame), con le altre due università pugliesi (Bari e Foggia) cercano di unire i puntini dei tanti relitti, siti costieri, porti scomparsi, approdi intuiti, bitte e ancore ritrovate. Per ottenere un disegno più vasto, fatto di contatti millenari tra le sponde mediterranee, dispiegamento di potere marittimo da Greci a Romani, da Bizantini a Veneziani, Ottomani e Levantini di ogni provenienza, di pescatori e facchini per i carichi, di fasciami e strumenti di navigazione. Che il mare a volte restituisce, a tutti, per farsi temere, rispettare, amare.

VIDEO: I MOLI ROMANI SOMMERSI A SAN CATALDO E LE CESINE:

 

SCHEDA Il Progetto UnderwaterMuse

UnderwaterMUSE è un programma di Cooperazione transfrontaliera Interreg Italia-Croazia 2014-2020)si è concluso il Puglia con una sorta di “Stati Generali” della valorizzazione dell’archeologia dei bassi fondali, organizzati dal Dipartimento Turismo Economia della Cultura e Valorizzazione della Regione Puglia in collaborazione con ERPAC-Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia (Lead partner) e Università del Salento.

“L’obiettivo del progetto è la messa a punto di un protocollo metodologico per la valorizzazione del patrimonio subacqueo, attraverso sia la creazione di parchi o percorsi archeologici subacquei per la fruizione diretta (diving o snorkeling), sia l’uso narrativo e comunicativo della realtà virtuale e delle metodologie digitali per la fruizione da remoto/online”.UnderwaterMuse sono stati condotti, insieme all’Università di Venezia Ca’ Foscari, l’agenzia RERA di Spalato, il Comune di Kaštela – dei progetti pilota nei siti archeologici subacquei di Torre Santa Sabina (Carovigno – BR), Grado (GO) e Resnik (Spalato). La sfida passa sempre attraverso la valorizzazione del patrimonio subacqueo.

A Torre Santa Sabina sono state coinvolte tutte le tre università pugliesi Salento, Foggia e Bari) la Regione Pugliae gli attori locali “amministrazioni, associazioni, operatori turistici e subacquei, cittadini, appassionati, etc., anche allo scopo di formare guide subacquee e ampliare l’accessibilità ai siti archeologici subacquei”.

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