mercoledì 6 Luglio 2022

Quando Putin diventò archeologo, per un ritrovamento fasullo. La geopolitica sfrutta sempre l’archeologia, anche al confine tra Russia e Ucraina

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Nel 2011 Vladimir Putin si interessò improvvisamente di archeologia. Dopo il presidente pilota, il presidente cacciatore di orsi e il presidente hockeysta, quindi, toccò al presidente archeologo, che dal Mar Nero riemerse con due anfore greche. In realtà, non molto dopo, lo stesso enturage di Putin confessò che si trattava di una messa in scena, un fake, una photo opportunity ben costruita

Il presidente russo, che aveva ben poca esperienza di immersioni, non aveva ovviamente trovato nulla, le ceramiche gli erano state consegnate belle e pronte. Un falso. tutto era falso, persino le informazioni archeologiche di base confezionate nella conferenza stampa, insomma, un bel disastro.

IL VIDEO

Nulla di nuovo però, se si pensa che si trattava di uno scavo sul Mar Nero, al confine con l’Ucraina, e le dichiarazioni erano improntate all’antichità della civilizzazione sul territorio russo, si capisce, che, ancora una volta, l’archeologia era stata utilizzata come veicolo propagandistico. Lo facevano gli italiani con l’Impero, i tedeschi per le antiche radici “ariane” ovunque in Europa, gli inglesi con la supposta missione civilizzatrice coloniale e lo fanno i russi, per scopi simili, ovvero per mettere un paletto cronologico su “aree civilizzate” in territori magari disputati, come avviene al confine con l’Ucraina. Undici anni dopo ne abbiamo avuto una ben meno grottesca conferma.

L’importante, e lo diciamo anche a chi scava da noi, è non preparare falsi ritrovamenti avvenuti prima da inscenare a favore di telecamera. L’archeologia non ha bisogno di fake nella comunicazione. Ci pensa già la politica ad usarla per i suoi scopi, non facciamolo noi direttamente.

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