martedì 6 Dicembre 2022

Da Pompei al Getty Museum di Los Angeles: un nuovo capitolo sul traffico illecito di opere d’arte

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La lotta contro il mercato illecito dei beni culturali ha compiuto passi da gigante negli ultimi anni. Molte pagine di questa storia sono però, purtroppo, ancora da scrivere. Un caso emblematico è rappresentato dalla recente indagine di Christos Tsirogiannis, rinomato esperto di reperti trafugati, che avrebbe ricollegato un prezioso frammento parietale proveniente da Pompei, conservato presso il Getty Museum di Los Angeles, a noto un trafficante di antichità. Un frammento che pertanto, come sostiene lo studioso, dovrebbe essere restituito all’Italia.

Christos Tsiogiannis è un archeologo forense, professore associato presso l’Aarhus Institute of Advanced Studies, Università di Aarhus, Danimarca, che si occupa dei networks internazionali di traffico di reperti. Secondo una sua recente indagine, il frammento di Los Angeles corrisponde a quello fotografato nell’archivio di Robert Hecht, accusato di mercato clandestino di beni archeologici. Tra questi manufatti si includeva anche un vaso greco di 2500 anni, che riuscì a vendere nel 1972 al Metropolitan Museum of Art di New York per la cifra record di un milione di dollari, che però nel 2008 venne restituito all’Italia. Per quanto riguarda il frammento pompeiano del Getty Museum, questo era stato donato nel 1996 da un collezionista privato che, a sua volta, lo aveva acquistato da uno degli intermediari di Hecht nel 1987. Così, infatti, si è espresso Tsiogiannis – “Si tratta una bellissima e rara raffigurazione che proviene dalla zona del Vesuvio, probabilmente da una delle ville coperte dalla cenere dopo l’eruzione. Il museo possiede prove certe che lo collegano a noti trafficanti. Decine di antichità della stessa collezione privata sono già state restituite dal Getty all’Italia. Questo è un altro caso.”

Nel frammento in questione, si preserva la raffinata figura di una giovane donna abbigliata con una lunga e semplice tunica e un modesto copricapo. Appoggiata alla balaustra di un balcone è intenta a sorseggiare da una coppa poco profonda tenuta nella mano destra, mentre rivolge uno sguardo particolarmente inteso verso un mondo esterno solo immaginato.

Già nel 2000, Lord Renfrew, uno dei principali archeologhi di Cambridge, aveva definito il frammento come un reperto “di provenienza sconosciuta” e aveva messo in dubbio la sua acquisizione da parte del collezionista privato. Lo stesso Renfrew, nel corso della scorsa settimana, ha chiesto al Getty di restituirlo all’Italia. Infatti, come da lui stesso dichiarato – “direi che è chiaramente un esempio di un’antichità saccheggiata. Ci sono vari luoghi da cui può provenire una pittura murale di questo tipo, ma Pompei è certamente una possibilità”.

Il tema delle antichità depredate è un argomento particolarmente sentito dal museo, fondato dall’industriale americano John Paul Getty. La sua ex curatrice di antichità, Marion True, è stata incriminata in Italia nel 2005, insieme a Hecht, in quanto complice di un traffico di opere d’arte rubate, sebbene alla fine vennero ritirate le accuse per il termine del periodo di prescrizione.

Rassicuranti, ad ogni modo, parrebbero le parole di un portavoce del Getty – “Il Getty ricerca continuamente il background e la provenienza degli oggetti all’interno della sua collezione e considera nuove prove quando vengono presentate. Abbiamo una politica di lunga data di restituire gli oggetti al loro paese d’origine o di scoperta quando la ricerca indica che è giustificato”.

Fonte: https://www.theguardian.com/science/2022/mar/20/getty-museum-fresco-fragment-pompeii-row-looted-artefacts

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