giovedì 8 Dicembre 2022

Poggio del Molino, modello di archeologia condivisa da replicare: non “costo per la collettività” ma valore per il territorio

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Poggio del Molino come modello replicabile di archeologia condivisa. Per decenni, il concetto di “economia” applicata alla gestione delle produzioni culturali e del nostro patrimonio è stato ritenuto eretico, mercificatore, “de-culturalizzante”. Negli ultimi anni questa percezione è profondamente mutata. Oggi è frequente il richiamo ai concetti di sostenibilità economica e finanziaria all’interno del mondo culturale. Segno del tempo che cambia le posizioni ideologiche, ma anche segno di un profondo cambiamento nella struttura del sistema economico nel suo complesso, tanto a livello nazionale quanto a livello globale.

Oggi, piuttosto, il rischio che si corre è opposto: sono sempre più numerosi i progetti culturali che mostrano una prevalente componente economica e monetaria. Così come sono sempre più numerosi i progetti costruiti intorno alla “narrazione”, spesso a scapito della ricchezza culturale del progetto stesso.

Poggio del Molino si presenta, in questo scenario, come un raro caso di equilibrio: un caso-studio, se vogliamo, che dimostra che è possibile, attraverso la cultura, costruire un concetto più esteso di “sostenibilità”. Perché in quest’epoca che si è forse un po’ appiattita su dinamiche business, diviene sempre più concreto il rischio che il concetto di sostenibilità aderisca completamente alle sole dimensioni economiche e finanziarie, dimenticando che le dimensioni monetarie, sono sì condizione necessaria, ma di certo non sufficiente.

IL VIDEO SU POGGIO DEL MOLINO, POPULONIA (Piombino):

La sostenibilità economica e finanziaria è infatti uno “strumento”, come lo sono la competenza e le conoscenze culturali, la padronanza delle materie in cui si interviene. Un semplice strumento al servizio del progetto culturale e delle ambizioni che tale progetto presenta. Avviare un progetto culturale che sia economicamente sostenibile, infatti, conferisce al progetto l’unica risorsa veramente scarsa della nostra epoca: il tempo. Con una sostenibilità economica, il progetto culturale può durare nel tempo, e questa condizione è estremamente importante nel settore archeologico, perché i processi di valorizzazione archeologica necessitano di tempo per poter generare effetti di sviluppo del territorio e della cittadinanza.

Questo è un passaggio cui spesso si destina meno attenzione del dovuto e che forse vale la pena definire nella sua interezza. L’obiettivo che il Gruppo Past persegue non è la valorizzazione dell’area archeologica, ma lo sviluppo del territorio e della cittadinanza attraverso la valorizzazione dell’area archeologica. Questo obiettivo impone un modello gestionale ben distante dalle logiche da start-up che tanto spopolano nel settore culturale e che si basano su una logica di investimento a breve termine con l’obiettivo della crescita economica.

Allo stesso tempo, è un modello che richiede una logica altrettanto distante dalle logiche di natura pubblica e comunitaria, che propongono un modello di valorizzazione culturale incentrato principalmente su interventi di natura strutturale, lasciando in secondo piano le esigenze economiche e finanziarie legate alla gestione di un’area archeologica o di un qualsivoglia altro bene immobile ereditato dalla nostra ricchissima storia.

Dalla valorizzazione dell’area archeologica alla valorizzazione del territorio

Qui è il passaggio dirimente: i modelli sinora seguiti valorizzano l’area archeologica. Il modello che Poggio del Molino propone valorizza il territorio. È su questo elemento che si rende sempre più necessaria una presa di coscienza: se gli aspetti economici e finanziari sono strumento del progetto archeologico e culturale, il progetto archeologico e culturale è strumento dello sviluppo del territorio. Vale a dire: il progetto di valorizzazione di Poggio del Molino trova la propria più intima ragion d’essere nella volontà di creare una relazione con il territorio, con i cittadini, con l’imprenditoria privata, con le istituzioni pubbliche e private attive sul territorio. Un masso è un masso fino a quando non gli viene riconosciuta, da parte della società nella sua interezza, una serie di contenuti e significanti aggiuntivi. Fino a quando la cittadinanza non vede, in quel masso, una testimonianza della propria storia, un elemento di confronto attraverso il quale indagare il proprio presente, assumendo uno sguardo più ampio su ciò che, nel nostro sistema culturale e sociale, viene dato “per scontato”.

Il nostro patrimonio culturale è estremamente diversificato: non è fatto soltanto di “statue” cui rivolgere il proprio sguardo alla ricerca del sublime. È fatto di case, di piccole ville, o di luoghi che, proprio come Poggio del Molino, hanno visto nel corso dei secoli mutare la propria destinazione, per rispondere ad esigenze estremamente differenti tra loro. Volendo forzare un po’ il paragone, la valorizzazione di un’area archeologica spesso ha più affinità con l’arte contemporanea che con quella moderna. Se nell’arte moderna, infatti, il valore di un dipinto può essere rintracciato all’interno dell’opera in sé (come il segno estetico di un dipinto, ad esempio), spesso nell’arte contemporanea non è “il bello” l’oggetto della ricerca, ma un insieme di valori, riflessioni e altri rimandi a concetti, conoscenze ed elementi contenuti al di fuori dell’opera.

Al centro dell’intervento, quindi, è l’esigenza di restituire un senso e un significato profondo a Poggio del Molino, per fare in modo che chi visita l’area e chi partecipa alla sua manutenzione e alla sua valorizzazione, sia conscio di essere parte di un processo che crea valore per Poggio del Molino, per sé stesso, e per il territorio. È questa dimensione che attrae i cittadini volontari così come i volontari internazionali, è questa dimensione che consente di creare un rapporto con i privati, con le istituzioni scolastiche, con gli enti territoriali. Soprattutto, è questa dimensione che rende Poggio del Molino un modello che è necessario “moltiplicare”.  La densità di aree archeologiche presenti sul nostro territorio nazionale è veramente elevata: alcune aree sono famose, sorta di superstar a livello planetario.

Per ogni area archeologica universalmente riconosciuta, ce ne sono decine che vengono lasciate in stato di abbandono o di semi-abbandono. Massi che sono soltanto massi. Queste aree inesorabilmente diventano un “peso” per la collettività: un peso “economico”, ma soprattutto un peso “simbolico” perché sono l’espressione manifesta di un passato che è prima di tutto vincolo, e poi lusso elitario, argomento per esperti del settore. Questa condizione è irrimediabilmente falsa, perché “la ricerca per la ricerca” riduce il valore del lavoro di tantissimi studiosi che dedicano la propria esistenza a fornire nuove conoscenze, nuove interpretazioni della nostra storia, nuovi elementi della costruzione del nostro processo identitario.

Modello gestionale del PArCo (Parco di archeologia Condivisa)

Poggio del Molino, e il modello gestionale del PArCo (Parco di Archeologia Condivisa), si propongono invece come elementi di una nuova archeologia, che smette di essere “costo per la collettività” e interviene in modo significativo nella creazione di sviluppo e di valori del territorio. Valori che sono culturali, identitari, sociali, e anche economici, perché il modello PArCo consente di creare economie dove oggi ci sono luoghi “chiusi”, da cui spesso è esclusa anche la comunità dei residenti, e che tuttavia non possono essere né “eliminati” né “valorizzati”. Poggio del Molino è, in questo senso, soltanto un punto di partenza: ovunque ci sia un’area archeologica non sufficientemente valorizzata, il modello PArCo può permettere di “minare” valore da essa, restituendo alla collettività un “patrimonio” che, nei fatti, le è stato sottratto.

Certo, non si tratta di un’operazione “semplice”: richiede impegno, talento e conoscenze approfondite legate a temi molto diversi (archeologia, territorio, economia, management). Ma l’Italia pullula di questi talenti, e pullula di persone pronte a mettersi in gioco per poter valorizzare il proprio territorio e la propria professione, così come sono numerosissimi i decisori politici alla ricerca di modelli di intervento che non rappresentino una zavorra sui delicati equilibri finanziari delle amministrazioni pubbliche. L’affermazione del modello PArCo ambisce dunque a diffondere sull’intero territorio nazionale una nuova modalità di intendere ed interpretare l’agire archeologico, in cui l’archeologia è vettore di sviluppo, di crescita della comunità, di socialità condivisa, di impegno e consapevolezza.

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