domenica 22 Maggio 2022

Campo PG 65, archeologia contemporanea tra prigionieri britannici, partigiani jugoslavi e profughi italiani (giuliano-dalmati, dall’Africa ed Egeo) – Con VIDEO

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Pochi edifici emergono, surreali, dai campi di Altamura, in Puglia. L’archeologia va a scavare qui anche in storie recentissime, di ieri, contemporanee. È lo studio del Campo 65 (PG 65), in cui si intersecano storie di prigionieri di guerra britannici, anzi da tutto il Commonwealth, di partigiani Jugoslavi portati nel Regno del sud dopo l’armistizio del 1943 dagli Alleati per addestrarsi e poi di profughi italiani dalla Venezia Giulia e dalla Dalmazia, ma anche in fuga dall’Africa e dalle isole del Dodecaneso ormai perdute.

Giuliano De Felice, che dirige la ricerca, non esita a definirla come “Archeologia di un paesaggio contemporaneo”, destando grande attenzione in un recente panel coordinato da Giuliano Volpe,  TourismA, a Firenze. Da un certo punto di vista, in effetti, è quasi un “non-paesaggio“, perchè gran parte del campo di prigionia, probabilmente la più grande struttura del genere nell’Italia fascista, è stata abbattuta per ricavare macerie negli anni ’90, utili a costituire la massicciata della vicina strada statale.

GUARDA IL SERVIZIO SUL CAMPO PG 65:

 

In un paesaggio che potrebbe essere stato dipinto da un De Chirico rurale, pochi edifici punteggiano la piana delle Murge tra terreni coltivati. I resti della palazzina comando, una fontana che potrebbe fare il paio con quella in pietra, celebre, visibile in ogni film su Stalingrado, poche baracche, a breve distanza da quello che fu un campo di prigionia della guerra precedente, la Grande Guerra, che ospitava prigionieri austro-ungarici, ora difficilmente leggibile nel paesaggio. Ma non mancano neppure, nell’area, bunker – shelter in cemento armato per batterie di missili a medio-raggio,resti della Guerra Fredda, smantellati negli anni ’60 dopo la trattativa che portò alla fine della crisi dei missili di Cuba, e che vide il moindo sull’orlo di uno scontro nucleare.

La guerra, combattuta, o temuta, e i suoi frutti, hanno lasciato nel paesaggio segni da interpretare con un metodo. E nulla può essere più adatto del metodo archeologico, unito all’antropologia e alla registrazione della memoria, oltre che ai consueti e necessari metodi della ricerca storica, ossia lo studio dei documenti. Qui sta il punto, i documenti non ci dicono mai tutto, a volte ci dicono proprio cose diverse da quelle che poi l’archeologia trova, come evidenze, sul campo.

Come racconta lo stesso De Felice “Oggi, per la prima volta, questi luoghi sono oggetto di un percorso di archeologia del passato contemporaneo finalizzato alla ricerca e, alla tutela, alla formazione universitaria ma soprattutto alla costruzione di una singolare comunità di patrimonio in grado di unire, in modo davvero globale, luoghi e persone lontani“.

Un gruppo di cittadini su FaceBook raccoglie le storie e le testimonianze del Campo 65 tra il territorio e chi ha avuto magari parenti, soldati del Commonwealth, imprigionati dietro al filo spinato ora scomparso. Magari ricordando chi in questo campo ci è nato, da profugo, come Meo Sacchetti, giocatore e poi coach della Nazionale Italiana di basket. Un percorso virtuoso di storia condivisa e di amore per il territorio, addirittura precedente alla ricerca universitaria stessa, un percorso che è il naturale alleato degli archeologi

 

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