domenica 22 Maggio 2022

Caccia ai mosaici “mancanti” della villa romana di Negrar: ecco dove si trovano – Video-reportage

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Il lungo lavoro di scavo alla villa romana di Negrar, in Valpolicella, ha riportato alla luce i mosaici tra le vigne dell’Amarone, attirando un interesse bel al di là del mondo degli archeologi. Ma questa incredibile distesa musiva, fin dal momento del suo primo scavo di un secolo fa (1887), appare fin dal primo sguardo priva di un suo grande tesoro, gli emblema, ossia le parti centrali e figurate di un mosaico. Dove ora ci sono delle lacune nell’ambiente più rappresentativo, il cosiddetto “ambiente A”, al momento della scoperta archeologica a fine XIX, quelle parti c’erano, come testimoniano chiaramente fotografie e un disegno ricostruttivo fatto fare durante gli scavi di 100 anni orsono.

IL VIDEO-REPORTAGE SUI MOSAICI DELLA VILLA DI NEGRAR E IL LORO DESTINO

Dove sono finiti questi mosaici? Le risposte ci sono, ma ci sono anche altre domande che possiamo farci, e qualche sfida da accettare. Diciamo subito che parti di questi mosaici, quelle che a fine Ottocento venivano valutate come “artistiche”, sono salve e sono al Museo archeologico del Teatro Romano di Verona, acquisite dal comune ai tempi, prima che andassero irrimediabilmente disperse, vendute dall’allora proprietario del fondo agricolo (per la precisione due fondi), essenzialmente, vigne, dove

Se orientiamo orizzontalmente il prezioso disegno degli anni venti del Novecento, possiamo capire meglio, sovrapponendolo (foto in apertura) all’ambiente A attraverso le immagini che abbiamo realizzato dal drone nel corso delle ultime campagne di scavo, seguite da ArchaeoReporter

Dettaglio del pannello centrale del mosaico della Villa romana di Negrar, con scena mitologica: Pelope e Ippodamia (ArchaeoReporter)

Uno degli amorini-auriga, con la biga, sappiamo dov’è, è museo del Teatro Romano a Verona. Questo amorino, in un secolo, si è notevolmente danneggiato per motivi sconosciuti, ed è stato recentemente oggetto di un complesso restauro che lo ha parzialmente salvato. Nel pannello centrale dell’ambiente c’era una scena mitologica, identificata come Pelope e Ippodamia, e anche questo distaccato come l’altro nel 1887, lo troviamo a Verona, sostanzialmente integro. Poi una parte della ricca decorazione che troviamo a Negrar finì, sempre 150 anni fa, nello stesso museo, ma in gran parte la possiamo riconoscere ancora in situ a Negrar, valorizzata dagli scavi del 2020 e del 2021.

In una foto in bianco e nero risalente alla campagna di 100 anni fa compare una seconda biga con amorino e cavalli quasi impennati,  ma qui la storia è più complessa e premettiamo che per il momento non è a lieto fine.

Villa romana di Negrar. L’amorino-auriga (quasi) perduto in una foto dei primi Novecento

Nella foto, per fortuna di buona qualità, l’amorino e i cavalli, che furono rinterrati, c’erano. Ma il nuovo scavo 2020-2021 ha dimostrato che il mosaico è distrutto, e si sono salvate tessere distaccate, che forse potrebbero essere parzialmente ricomposte con un complesso restauro. Stiamo parlando al momento di una situazione disperata, ma non si sa mai. C’era evidentemente, per motivi di simmetria, oltre a resti di un terzo auriga anche un quarto amorino, andato perduto in età tardo antica o medievale.

 

Ricapitolando: l’emblema centrale è integro, ed è visibile a Verona, come parte della decorazione. Uno degli amorini, purtroppo danneggiato nel tempo, è al suo fianco, comunque ben leggibile. Di un terzo amorino ci sono rimaste tessere e impressioni in negativo di queste sul supporto, e non sappiamo se potrà essere parzialmente recuperato. ma la grande decorazione musiva dell’ambiente è emersa negli ultimi scavi in tutto il suo splendore, e ovviamente va conservata visibile in luogo con i criteri del XXI secolo.

Questa nostra micro-indagine (nessuna scoperta giornalistica, sia chiaro, abbiamo semplicemente rimnesso assieme alcuni pezzi della storia) dimostra per l’ennesima volta che l’archeologia è contesto, è cogliere l’insieme, come sta facendo anche la soprintendenza veronese nelle nuove campagne di scavo. Compito di tutta la comunità e delle istituzioni locali è unire, per quanto possibile, i pezzi di questa visione d’insieme e tramandarla, renderla patrimonio vivo di tutta la comunità. Per esempio, diciamo noi: fare copie perfette dei pannelli mancanti e riposizionarli nella villa scavata in questi anni, ricomponendo l’impatto visivo originale potrebbe essere una soluzione molto attraente e anche filologicamente sensata. Come la battaglia di Isso presente nella casa del Fauno di Pompei con l’originale al Museo Archeologico di Napoli, facendo le debite proporzioni

(Si ringraziano Musei civici di Verona a Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Rovigo, Verona e Vicenza)

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