mercoledì 7 Dicembre 2022

“Piromani” al lavoro per l’archeologia della produzione ceramica neolitica: uno schema per capire i processi produttivi

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Possono delle archeologhe e archeologi “piromani” capire se le tecniche di cottura utilizzate per ceramiche nel neolitico hanno risvolti non solo nei processi produttivi, ma anche nella comprensione di dinamiche sociali e culturali associate alla produzione della ceramica?

Concentrarsi sullo studio della pirotecnologia svolge un ruolo chiave in questo senso, ci spiegano  Silvia Amicone, Vanessa Forte, Baptiste Solard, Christoph Berthold, Alisa Memmesheimer, Neda Mirković Marić (università di Tubinga, Pisa e Arise Project in Serbia) in un loro articolo scientifico sul Journal of Archaeological Science, Reports

La cottura è il processo che trasforma l’argilla in ceramica, e la ceramica è naturalmente uno dei materiali che si conserva più frequentemente dai siti neolitici e da quelli più tardi. Quello che manca, dicono le autrici della ricerca, è un’analisi sistematica che unisca tutti gli aspetti della pirotecnologia, non solo separatamente (come per esempio le funzioni delle varie strutture per la cottura stessa, o le temperature di cottura, a lungo indagate), ma anche attraverso una prospettiva che unisca le analisi archeometriche a quelle dell’archeologia sperimentale. Va detto, infatti, che gli studi sulle temperature sono infatti basati spesso sulle evidenze etnoarcheologiche.

Il campo d’azione è stato individuato nel sito di Gradište-Iđjoš (Serbia), tra il 5200 e il 4800 a.C., dove strutture di combustione in fossa all’aperto sono state usate sperimentalmente per la cottura con una delle tecniche più diffuse nella preistoria.

pirotecnologia-ceramica
Al lavoro sulla ricerca: Playing with fire: Exploring ceramic pyrotechnology

Le analisi scientifiche sul materiale  hanno incluso analisi diffrattometriche ai raggi X su polveri (XRPD), il microscopio a scansione elettronica (SEM), e le classiche analisi petrografiche, sia sulla ceramica prodotta sperimentalmente che sul materiale archeologico originale. Il lungo lavoro ha permesso di acquisire una notevole mole di dati sulle tecniche utilizzate dai vasai, da ampliare anche dal punto di vista sociale. Metodo di indagine, assicurano, che può essere utilizzato anche in altri contesti al di fuori del caso di studio del neolitico dei Balcani.

Vasellame prodotto nello stesso processo di cottura, o anche porzioni dello stesso vasellame, potevano essere esposte a temperature anche molto differenti. Nello stesso tempo è apparso evidente che le analisi archeometriche incentrate solo sulla stima delle temperature massime a cui poteva venire esposta la ceramica mostrano dei limiti.

In definitiva, le analisi sono servite per documentare l’intero processo di produzione delle ceramiche associando ogni fase della sequenza della cottura a ceramica prodotta sperimentalmente, in modo da ottenere referenze utili per lo studio della pirotecnologia antica. Uno schema valido anche per progetti futuri.

Tutto bene? Beh, come spesso in archeologia anche a Gradište-Iđjoš non si è stati in grado di utilizzare uno “schema passepartout”, ma si sono evidenziati e fissati alcuni punti di riferimento da ricollocare e tarare in diversi contesti di volta in volta. Ma sarebbe stato troppo facile, e un po’ di lavoro va lasciato ad altre archeologhe-piromani…

REFERENCES:

Silvia Amicone, Vanessa Forte, Baptiste Solard, Christoph Berthold, Alisa Memmesheimer, Neda Mirković-Marić (2021)
Playing with fire: Exploring ceramic pyrotechnology in the Late Neolithic Balkans through an archaeometric and experimental approach,
Journal of Archaeological Science: Reports,
Volume 37

 

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