venerdì 14 Maggio 2021

Simon Keay, il ricordo di un grande archeologo: da Settefinestre a Portus. Dalla Federazione consulte universitarie di archeologia

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Simon Keay ci ha lasciato il 7 aprile 2021, colpito da una rara malattia e dalle sue conseguenze. Una vicenda tragica che lo ha portato via troppo precocemente.

Un piccolo gruppo di noi lo ricorda ancora giovanissimo, quando partecipò agli scavi di Settefinestre. Molti, molti altri lo conoscono perché hanno usato le tipologie delle anfore che portano il suo nome, hanno letto o comunque consultato qualcosa della sua amplissima produzione scientifica che ha riguardato numerosissimi temi, dal commercio dell’olio ispanico, al progetto su Portus e alle scoperte sul “Trastevere” ostiense. Proprio con queste ultime ricerche è stato uno dei più attivi e prolifici tra gli “ostiensi”, con varie pubblicazioni tra le quali il bellissimo volume edito proprio lo scorso anno.

Ci sarà tempo e modo migliore per sottolineare la vastità dei suoi progetti, molti dei quali brillantemente portati a termine, altri purtroppo ancora in itinere.

Per ora, lo ricordiamo con le parole affettuose della sua sodale Cristina Corsi.

Simon amava l’Italia e la Spagna come avrebbero fatto un italiano e uno spagnolo, da dentro. Negli ultimi anni, passava molto tempo in Italia ma la Spagna gli mancava. Non perdeva occasione per appartarsi a parlare fitto fitto con i colleghi spagnoli nel suo fluentissimo castigliano. Contrariamente a tanti anglosassoni, si sentiva profondamente europeo. In tempi di Brexit, era arrabbiato e avvilito. Ci confessò che stava seriamente pensando di chiedere una nazionalità diversa da quella britannica.

Anche quando era stanco e oberato di lavoro, non rifiutava un invito per partecipare a incontri anche nei posti più remoti. Attraversava l’Europa per poter spendere con i colleghi un paio di giorni di lavori intensi, senza mai mostrare stanchezza o condiscendenza. Agli eventi sociali dei convegni, quando poteva si sedeva al tavolo dei partecipanti più giovani, cercava di recepire le idee nuove e godeva dell’informalità.

Era misurato, trovava una parola di apprezzamento per tutti. Quando parlava del suo lavoro era modesto, metteva sempre in luce il contributo di ogni suo collaboratore.

Ci raccontava del processo che l’aveva portato a quella tipologia di anfore che l’avrebbe reso noto a ogni studente di archeologia del continente come di un qualcosa di casuale, una sorta di regalo che la vita gli aveva fatto. E si prestava a farsi fotografare accanto a ogni singolo frammento di anfora Keay insieme agli studenti che non si capacitavano di avere davanti agli occhi un tale mito. Era schivo eppure non si sottraeva.

Aveva un senso dell’umorismo garbato e sornione, non entrava mai in polemica, lasciava che fosse il suo lavoro a parlare per lui. Lavorava molto ma si percepiva il suo fortissimo attaccamento alla famiglia, la sua scala di valori era salda. Era un amico sincero, presente e sul quale potevi sempre contare.

Kris Strutt e altri stavano preparando un volume di Festschrift in suo onore. È un gran dolore pensare che non sarà lì a riceverlo. Sarebbe stato impagabile vedere la sua espressione imbarazzata sotto i capelli ormai bianchi ma sempre arruffati e le sopracciglia un po’ ribelli.

Intervento dalla Federazione delle Consulte Universitarie di Archeologia

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