martedì 13 Aprile 2021

Le eredità del Grande Progetto Pompei e il “ritorno” agli scavi: – SCHEDA

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Alla fine del Grande Progetto Pompei si possono considerare due bilanci paralleli: quello dell’impatto dell’immagine, possiamo dire anche di una sorta di “autocoscienza” del Parco Archeologico; e quello puramente archeologico. Nel primo caso la missione è comunque compiuta: le risorse (tante) hanno generato un ritorno notevole, difficile da quantificare con “metriche”. Nel “bilancio” archeologico, invece, al di là del ritorno mediatico spesso “esplosivo”, i risultati sono ovviamente ancora in corso di elaborazione, come è giusto che sia. In poche parole, è ancora presto, anche se non ci sono dubbi che i risultati sono e saranno importantissimi. In questa scheda ripercorriamo in sintesi le fasi principali degli scavi di Pompei, partendo dalla (per ora) fine.

LA REGIO V DI POMPEI

L’intervento della Regio V ha riguardato una superficie di oltre 1000 m2, il cosiddetto “cuneo”, tra la casa delle Nozze d’Argento e la casa di Marco Lucrezio Frontone. Il cantiere rientra nel più grande intervento di messa in sicurezza dei fronti di scavo, che delimitano l’area non scavata di Pompei, di circa 22 ettari. Negli obiettivi rientrano la messa in sicurezza di 2,5 km di muri antichi e, nell’area non scavata alle spalle dei fronti di scavo, nelle Regiones I-III-IV-V-IX, un intervento di mitigazione del rischio idrogeologico per ridurre la spinta del terreno sui muri antichi, problematica particolarmente frequente nel periodo delle piogge. Lo scavo del cuneo, che ha portato in luce strutture e reperti di ambienti privati e pubblici, contribuisce in maniera chiave nell’ampliamento della conoscenza del sito e all’avanzamento della ricerca archeologica. Emblematici, tra i vari e recenti rinvenimenti, sono stati gli emozionanti ritrovamenti dell’affresco con “Leda ed il cigno” e l’intera struttura del termopolio riccamente decorato, insieme a rinvenimenti di resti alimentari, ossa di animali e di vittime dell’eruzione.

SCAVI DI POMPEI: L’ARCHEOLOGIA DELL’ARCHEOLOGIA

Quante immagini emergono quando si pensa al sito vesuviano: i vividi affreschi, i variopinti mosaici, le strade su cui si affacciano dimore ed edifici, superstiti relitti di un tempo poeticamente cristallizzato. A distanza di secoli, ancora oggi, questo sito archeologico non termina di sorprendere con le sue incredibili ed incessanti scoperte. Continua una storia non ancora conclusa che, anzi, ha ancora molto da raccontare. Storia che si intreccia però con un’altra parallela: quella delle indagini e degli scavi archeologici che, a partire dalla fatidica data del 1748, anno in cui prese avvio una delle più appassionanti avventure dell’archeologia, ha permesso di restituire la Pompei che oggi conosciamo.

i nuovi scavi a Pompei
Pianta con indicazione della cronologia degli scavi di Pompei (elaborazione di G. Zuchtriegel, in Osanna 2019)

Gli ultimi scavi a Pompei (fino 2021)
Intervento nella Regio V a Pompei (Fonte: Parco Archeologico di Pompei)

 

Oh, mirabile senso di fiducia! Crederà mai la futura generazione degli uomini, quando di nuovo verdeggeranno le messi, quando ormai si copriranno di verdi erbe questi luoghi ora deserti, che sotto i loro piedi giacciono sepolte città e popolazioni e che antichissime campagne sono state da per tutto inghiottite dal mare?

Così nel 94 d.C. scriveva il poeta Publio Papinio Stazio nella Tebaide (IV, 4, 78-86), rievocando l’immane tragedia che sconvolse la Piana Campana in seguito all’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Dei rigogliosi territori e delle fiorenti città di Pompei ed Ercolano restavano solo luoghi deserti, quasi spettrali, di cui però non si perse memoria nel corso dei secoli sino all’età moderna in cui presero avvio i primi e sistematici scavi archeologici del sito. Tuttavia, già in epoca antica vi furono alcuni primissimi tentativi di riportare alla luce i centri sepolti dalle ceneri del Vesuvio. Tra questi, il più antico ed illustre, è quello risalente alla reggenza di Alessandro Severo (222-235 d.C.) che però, a causa del notevole spessore del materiale vulcanico, non raggiunse l’esito sperato.

Il mito di Pompei, mai del tutto sopito, si riaffaccia materialmente verso la fine del XVI secolo, quando l’architetto Domenico Fontana, durante alcuni lavori per la canalizzazione del Sarno, presso Torre Annunziata, si imbatté per un lungo tratto nelle vestigia sepolte della città. Il rinvenimento tuttavia non condusse ad alcuna progettazione sistematica di scavo in quanto i tempi non erano ancora maturi per un confronto ed un approccio così diretto con l’antico e si dovrà attendere fino al ‘700 per una svolta fondamentale.

IL SETTECENTO E POMPEI

Nel 1748 l’ingegnere Roque Joaquín de Alcubierre, che aveva già svolto un ruolo chiave negli scavi di Ercolano una decina d’anni prima, ottenne dal re Carlo III di Borbone l’autorizzazione allo scavo nell’area di Civita di Torre Annunziata. Iniziarono ad emergere manufatti di ogni tipo sotto la guida dell’Alcubierre e della sua squadra composta da Karl Weber, Francesco La Vega, Giuseppe Canart e Camillo Paderni. Le circostanze fortuite dei primi rinvenimenti e le particolari condizioni di seppellimento determinarono l’adozione della tecnica di scavo per cunicoli sotterranei. Si realizzarono delle perforazioni di pozzi sulla verticale dell’area interessata sia per raggiungere il livello degli edifici sia per permettere l’areazione dei cunicoli che si diramano dai pozzi di discesa. L’adozione di questi metodi fortemente inadeguati è da correlare al motivo principale delle esplorazioni archeologiche, ovvero il desiderio dei Borboni di recuperare oggetti di particolare pregio per il loro Museo di Portici: statue, affreschi, oggetti vari, vennero prelevati e strappati dalle pareti senza curarsi dell’integrità dei contesti e delle strutture degli edifici, di cui spesso si ignorava la collocazione e la destinazione d’uso. Una concezione diversa ispira invece l’attività di Francesco La Vega, collaboratore e successivamente direttore del sito dopo Alcubierre. In questa fase gli scavi vengono condotti per nuclei topografici organici da espandersi gradualmente con il fine, ancora lontano, di saldare le diverse zone di intervento. Si cercò, inoltre, di lasciare in vista gli edifici liberandoli dai cumuli di terra con la finalità di rendere Pompei “le plus merveilleux musée de la terre”, secondo Chateaubriand.                                                                                                            La seconda metà del XVIII secolo comportò indubbiamente un rinnovato impulso verso le indagini archeologiche. Celebri sono le scoperte di questi anni del Tempio di Iside, del quartiere dei Teatri dell’area di Porta Ercolano con le tombe monumentali e la villa suburbana di Diomede. Celebre è la visita nel 1787 di Johann Wolfgang von Goethe, che così descrisse le rovine della città:

«Con la sua piccolezza e angustia di spazio, Pompei è una sorpresa per qualunque visitatore: strade strette ma diritte e fiancheggiate da marciapiedi, cassette senza finestre, stanze riceventi luce dai cortili e dai loggiati attraverso le porte che vi si aprono; gli stessi pubblici edifici, la panchina presso la porta della città, il tempio e una villa nelle vicinanze, simili più a modellini e a case di bambola che a vere case. Ma tutto, stanze, corridoi, loggiati, è dipinto nei più vivaci colori: le pareti sono monocrome e hanno al centro una pittura eseguita alla perfezione, oggi però quasi sempre asportata; agli angoli e alle estremità, lievi e leggiadri arabeschi, da cui si svolgono graziose figure di bimbi e di ninfe, mentre in altri punti degli animali domestici sbucano da grandi viluppi di fiori.»

Di pari passo con il fomento delle esplorazioni archeologiche fu anche lo sviluppo di una maggiore sensibilità “scientifica” che, in maniera ancor più veemente, si palesò a partire dall’Ottocento. Con l’arrivo delle truppe francesi e l’insediarsi di Giuseppe Bonaparte, infatti, le esplorazioni continuarono, sulla base di una più sistematica pianificazione affidata al soprintendente Michele Arditi e messa in opera successivamente da Gioacchino Murat, con brillanti risultati.

Mappa antica degli scavi di Pompei
Mappa degli scavi del 1832 (Geographicus Rare Antique Maps).

LO STATO ITALIANO E POMPEI

Con l’Unità d’Italia vi fu un repentino cambiamento nelle opere di scavo e la direzione fu affidata a Giuseppe Fiorelli. Quest’ultimo, partendo da un’organizzazione topografica dell’area urbana divisa in insulae e regiones, adottò un tipo di scavo sistematico penetrando dall’alto gli edifici ed iniziando l’asportazione dell’interro a partire dai tetti per comprendere, in tal modo, la dinamica dei crolli e recuperare così dati utili anche per il restauro. Un altro aspetto significativo del recupero di documenti che attestino aspetti della vita quotidiana della città, è dato dall’uso dei calchi. Infatti, dal 1863 si sperimentò l’idea di riempire con gesso le cavità lasciate dal disfacimento delle materie organiche, riuscendo così ad ottenere non solo immagini degli ultimi istanti di vita dei pompeiani, ma anche elementi dell’arredo e delle strutture (infissi, porte, travature, mobili e oggetti vari di legno) in materiali deperibili di cui altrimenti non avremmo più avuto traccia. Sotto la direzione del Fiorelli si tende ad una nuova concezione del restauro finalizzata alla conservazione, quando possibile, dei manufatti in situ e dell’originario aspetto degli edifici scavati. Il rispetto per l’integrità del monumento impose la scelta di evitare ogni tipo di ricostruzione sui monumenti scavati.                                                                           Nel 1875 l’incarico del Fiorelli venne affidato prima a Michele Ruggero e poi a Giulio de Petra. Entrambi i direttori presero l’audace decisione di lasciare integre le decorazioni delle case, cercando di attuare un restauro conservativo in situ su pitture, mosaici e stucchi attraverso il consolidamento delle strutture murarie e la protezione degli edifici con coperture come per la Casa dei Vetti, la Casa delle Nozze d’Argento e quella degli Amorini Dorati. Interventi che, sebbene promossi in un’ottica ben più consapevole da un punto di vista “scientifico”, riguardarono solo episodi eclatanti dell’edilizia pompeiana. Una scupolosa attenzione alla risoluzione dei problemi di base dell’archeologia pompeiana, promuovendo e conducendo i primi saggi in profondità nell’area del Foro Triangolare e di quello Civile, finalizzati alla comprensione delle fasi dello sviluppo urbanistico, venne promossa dalla figura di Antonio Sogliano tra il 1905 e il 1910. Il suo successore, Vittorio Spinazzola, continuò, in maniera rigorosa, ad effettuare il restauro in situ: soffitti, pavimenti, affreschi, adeguatamente protetti dalle coperture ripristinate o da lastre di vetro lungo le facciate vennero lasciati nei loro contesti originari. Gli stessi criteri metodologici di Spinazzola vennero applicati anche da Amedeo Maiuri che, durante la sua lunga direzione (dal 1924 al 1961), avviò una nuova, fitta e costante attività di scavo. Venne completato lo scavo dell’anfiteatro, della palestra grande, di Villa dei Misteri, si proseguì lo scavo lungo Via dell’Abbondanza, furono completamente ripristinate le antiche mura e si iniziarono indagini presso la necropoli di Porta Nocera e nelle ville urbane sul lato meridionale della città; inoltre, lo stesso Maiuri condusse studi stratigrafici utile per la ricostruzione cronologica di Pompei.                                                                                                                        I successivi scavi del XX secolo sino ai nostri giorni proseguirono nell’ottica di una scientificità sempre più marcata ed interdisciplinare. Un approccio scientifico sempre più rigoroso e consapevole delle molte problematiche che contraddistinguono una città di rovine in cui, il clamoroso crollo della Schola Armaturarum il 6 novembre del 2010, segnò in maniera indelebile il nuovo cambio di passo. La messa in atto del Grande Progetto Pompei, sotto la guida di Massimo Osanna, ha dimostrato quanto la pianificazione sia imprescindibile lungo due direttrici principali. Da un lato, la messa in sicurezza del sito archeologico, i restauri, il controllo dell’assetto idrogeologico e la stabilizzazione dei pendii dell’area non scavata. Dall’altro, l’elaborazione di nuovi sistemi di comunicazione, divulgazione e valorizzazione del sito, rendendo inoltre fruibili alla collettività ben 32 ettari dei 44 scavati. Altro tassello fondamentale è stato l’avvio di nuovi scavi in una parte della Regio V, .

Affresco a Pompei
Particolare dell’affresco con “Leda e il cigno” dalla Regio V a Pompei (Fonte: Parco Archeologico di Pompei)

 “Il Grande Progetto è diventato così lo strumento per trasportare Pompei, uno dei luoghi più celebri del pianeta, nel mondo contemporaneo”- scrive Massimo Osanna – e con la fine di questo progetto prende avvio anche “l’inizio di una nuova era per Pompei”.

scavi del termopolio regio V Pompei
Il termopolio della Regio V a Pompei (Fonte: Parco Archeologico di Pompei)

La ricostruzione delle indagini e degli scavi che hanno contraddistinto Pompei si intreccia in maniera indissolubile con la storia stessa della città antica. Una storia nella storia in un teatro di spazi reali ed immaginati. Un dialogo che si profila incessante tra la vicenda storica e la ricerca scientifica di questo sito, metafora tanto di vita tanto di morte, oscillante pendolo tra il carpe diem e il tempus fugit, emblema di un’immortalità ai confini del tempo e dello spazio.

REFERENCES:

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G. Chapelin, M. Covolan, G. Vincent, Artisanat antique dans dans l’aire vésuvienne: le cas de la pierre, Chronique des activités archéologiques de l’École française de Rome 2016, pp. 1-12, https://doi.org/10.4000/cefr.1701

J. Clarke, The House of Roman Italy, 100 B.C.-A.D. 250: Ritual, Space and Decoration, University of California Press, 1991.

L. D’Esposito, F. Muscolino, Pompei tra vecchi e nuovi scavi, in F. Spatafora (a cura di), Palermo capitale del Regno. I Borbone e l’archeologia a Palermo, Napoli e Pompei, Palermo University Press, 2019, pp. 29-36.

M. Osanna, Pompei. Il tempo ritrovato. Le nuove scoperte, Rizzoli, 2019.

M. Torelli, Pompeii, death and rebirth: a chapter in European cultural history, in Florence 1966-2016. Resilience art of cities to natural catastrophes: the role of Academies (International Conference, Roma, 11-13 october 2016), Accademia Nazionale dei Lincei, 2017, pp. 326-345.

P. Zanker, Pompei. Società, immagini urbane e forme dell’abitazione, Einaudi, 1993.

F. Zevi (a cura di), Pompei I, Napoli, 1991.

F. Zevi (a cura di), Pompei II, Napoli, 1992.

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