domenica 4 Dicembre 2022

Restaurare il papiro è come operare al cuore la conoscenza del mondo

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Dal papiro, o meglio, sul papiro, passano almeno 41 secoli di storia della conoscenza. Ce lo dice Paola Boffola Alimeni, sul suo “Il restauro del Papiro” (2020, per le edizioni  Il Prato), una studiosa che ha passato 13 anni di studi papirologici e 8, specifici, di restauro. Per la verità, con la precisione che deve avere una papirolaga, ci dice che è il supporto scritto più diffuso in antichità, calcolo fatto tra il papiro di Hemaka, agli albori dell’Egitto unificato dalla I dinastia, e il 480esimo anno dell’Ègira, ossia il 1088 d.C. (P.Pyl.Arab I, X, XI secolo). Il prodotto della pianta Cyperus Papyrus, insomma, per un lungo tempo della storia dell’umanità ha svolto egregiamente il suo compito, arrivando in testimonianze archeologiche in fondo rare, concentrate in quantità solo in alcuni punti geografici, ma estremamente importanti. Pertanto il restauro e la conservazione di questi preziosi palpiti della conoscenza del mondo sono azioni degne dei più spettacolari interventi su monumenti e opere d’arte tramandateci dall’antichità. In fondo, dal 3000 a.C. in poi, questi quattro millenni di onorata attività, hanno permesso che la conoscenza passasse poi ad altri supporti, pergamene, carta, digitale, insomma, fino a noi. E salvare il “supporto originario”, o comunque uno dei più antichi, è veramente come operare a cuore aperto la conoscenza del mondo, per concedergli ancora vitali battiti di trasmissione del sapere. Paola Boffula Alimeni ne è consscia, e per questo il suo manuale, pur essendo rivolto al manipolo dei tecnici, non è arido, ed è prezioso per chiunque sia interessato all’antico, dall’archeologo al lettore colto. Certo, poi si trasforma in un prezioso repertorio di metodi e tecniche, di procedure e di materiali. Ma prima è una illuminante introduzione al papiro, alla storia degli studi, delle forme di utilizzo, delle sue debolezze e della sua – Zeus mi perdoni per il termine – “resilienza”.

i papiri antichi
Il restauro del Papiro, (Il Prato) e Villa dei Papiri (Carocci)

L’inventiva e il fascino dei primi restauratori-eruditi, la classificazione delle tipologie distinte da Pilnio (Nat. Hist. XIII, XXIII, 74-76/78-80), addirittura il costo e il valore che già gli antichi attribuivano a questi preziosi rotoli. Poi il dolore delle “lacune”, la corsa al salvataggio, la gioia di un frammento, una parola, delle parole assieme che ritornano alla vita. Altrochè (solo) manuale di restauro, è un libro di avventure. L’autrice si mette dei paletti: non sarà lei a parlare infatti dei papiri carbonizzati di Ercolano, racconta che non è quella la sua specializzazione. Poco male, per questo c’è comunque il recente “La Villa dei Papiri – Una residenza antica e la sua biblioteca” (Francesca Longo Auricchio, Giovanni Indelli, Giuliana Leone e Gianluca Del Mastro, Carocci, 2020), aggiornato e aaccessibile studio su una delle scoperte archeologiche più importanti della storia della disciplina, un lavoro che nasce dal Centro internazionale per lo studio dei papiri erconanesi. Sito, Ercolano, su cui conviene tenere a fuoco gli obiettivi, perchè in grado di prometterci ancora molto con l’avanzare delle nuove tecnologie.

Tornando ai papiri, il loro ruolo per la conoscenza dell’età classica resta fondamentale, e ovviamente non c’è solo Ercolano, dove i papiri sono greci, o meglio quasi tutti a parte il Carmen de Bello Aegyptiaco e frammenti di Ennio, Cecilio Stazio, e pochissimo altro. Però i papiri raccontano il mondo romano dall’Egitto, da Dura-Europus, Nessana, Masada… Qualche volta sono testi letterari, ma spesso (“spesso” nel caso dei rari papiri è un po’ troppo) parlano dell’amministrazione imperiale, soprattutto militare. Ovviamente con la letteratura greca ci era andata un po’ meglio, visto che il papiro è orientale e nel mondo ellenistico si scriveva in greco. Quindi il delta del Nilo, con il suo clima, ha permesso ritrovamenti fondamentali, assieme ad altre località del vicino oriente. I testi da papiro pubblicati, in questo caso, secondo l’ultima edizione dell’Oxford Classical Dictionary (2012), sono attorno ai 30.000, e sappiamo che molti non lo sono ancora. La loro conservazione e il loro restauro, e di quelli che verranno, è un’opera fondamentale per la memoria del mondo.

 

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