domenica 27 Novembre 2022

The Dig, l’anti Indiana Jones e Sutton Hoo: il tesoro non è il vero tesoro

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The Dig, il filmone di Netflix sul ritrovamento della grande barca del tumulo I (o di quel che ne restava) a Sutton Hoo, è in un certo senso l’anti Indiana Jones. Non che la pellicola sia costruita in contrasto alle avventure del dottor Jones, neppure incosciamente, ma si tratta finalmente di un approccio diverso all’archeologia in un film che, in era pre-Covid, si sarebbe potuto definire “di cassetta”. Innanzitutto, il protagonista non è il “tesoro” ritrovato durante lo scavo del 1939, e il film non è assolutamente giocato sullo svelamento di uno dei più importanti siti del XX secolo, quello fortemente voluto dalla famiglia Pretty nella sua proprietà in Suffolk. Prima il colonnello Frank Pretty, e in seguito sua moglie Edith, comprano quelle terre con il desiderio di indagare i tumuli che le caratterizzano. Si pensa a sepolture vichinghe, ma le indagini archeologiche le mostreranno più antiche, del VII secolo.

L’archeologia che coinvolge tutti

Ma, dicevamo, il tesoro al massimo ha un ruolo di non protagonista, emerge qua e là solo con bagliori rapidi, tra il fango e la sabbia di quella landa ventosa, nei giorni che precedono la seconda guerra mondiale, sempre incombente nella sceneggiatura. Sue Brunning, curatrice delle collezioni relative al British Museum, ritiene che le ricostruzioni dello scavo siano molto fedeli. Racconta di come regista e attori si siano documentati sulle foto d’epoca con enorme attenzione, e come lei stessa sia rimasta impressionata dalla ricostruzione dei fragili resti della nave, in realtà poco più che un’impronta, nel tumulo I, a grandezza naturale, ossia 27 metri di lunghezza per tre di altezza. La sceneggiatura è incentrata su due figure: la vedova Pretty (Carey Mulligan), decisa testardamente a capire cosa nascondesse la sua terra, e Basil Brown (un irriconoscibile e bravo Ralph Fiennes), archeologo “dilettante” (in realtà viveva di quello ed era autodidatta), senza qualifiche accademiche ma con una grande conoscenza del territorio, che compie materialmente le scoperte. La dinamica si complica quando, invece, le istituzioni accademiche entrano in campo, per prendere il controllo di uno scavo che – diventato di primaria importanza – non è certo svolto seguendo tutti i canoni, neppure secondo gli standard degli anni ’30. Il film, dice la storia, forza la mano su alcune cose, eccole

  1. Il contrasto tra Basil Brown e il vero archeologo, Charles Phillips, da Cambridge, è volutamente esagerato. Anche dai diari di Brown appare che dopo problemi iniziali, i due continuarono a lavorare in accordo
  2. I tempi dello scavo, benchè molto veloci, non coincidono con quelli compressi del film: il tesoro fu recuperato non in un’unica giornata, ma in 17 giorni. Notizia che riportiamo per non far venire l’infarto a qualche archeologo contemporaneo
  3. il lavoro di Brown venne riconosciuto, e non completamente negletto, come ci raccontano le note finali del lungometraggio: in uno dei relativi paper pubblicati su Antiquity, Brown viene lodato (Antiquity, 1940)

Grande fibbia in oro – Sutton Hoo Ship Burial .British Museum – detail

E’ del tutto vera, invece, la grande generosità della signora Pretty, che donerà lo straordinario insieme di tesori al British Museum, anche se, malata, non riuscità a vederne l’allestimento, fatto nel dopoguerra. Non stiamo facendo spoileraggio, è storia.

La storia, appunto, è avvincente, senza idoli d’oro, fruste, inseguimenti. Un’altra via per raccontare cosa muove l’archeologia è possibile, il tesoro non è il fine, è il mezzo per la conoscenza, verso cui tendono, con dolorosa applicazione, tutti i protagonisti. Nel suo recente saggio introduttivo all’archeologia Andrea Augenti (RECENSIONE QUI) ritiene che attorno a quel tumulo di Sutton Hoo, le cui ricerche vanno avanti ancora adesso, si sia coagulato, in vari tempi, una sorta di dream team di archeologi: troviamo Stuart Piggot, sua moglie Peggy Guido, Osbert Guy Stanhope Crawford (il fondatore di Antiquity), John Bryan Ward-Perkins e addirittura Graham Clark. Stiamo parlando di nomi che influenzeranno l’archeologia per quasi mezzo secolo.

Emerge anche una virtù civica nell’archeologia di quell’epoca in Gran Bretagna, che va oltre la donazione di Mrs. Pretty. I contadini sono coinvolti, gli abitanti del villaggio orgogliosi, i musei locali interessati, le istituzioni reattive. Il contrasto con l’archeologia d’Italia lasciata solo all’accademia e ai funzionari spesso isolati (a parte alcune pulsioni “imperiali”) nello stesso periodo, dice molto. Un’archeologia privata che si lega al pubblico, un pubblico che si coinvolge e la sente come cosa propria. Argomenti di cui noi discutiamo nel 2021, non nel 1939.

Edit: ho meglo specificato la qualifica di “archeologo dilettante” per Brown negli anni ’30: in realtà gran parte del suo lavoro era in ambito archeologico, fino agli anni ’60, pagato specialmente dal museo di Ipswich, come professionista, con la qualifica di “assistente”

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