giovedì 1 Dicembre 2022

“Quale futuro per il patrimonio culturale? Un nodo irrisolto della nostra democrazia – L’INTERVENTO

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Nel dibattito generato dagli scenari aperti dal recovery fund, o meglio il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), archeologia e patrimonio culturale in genere,  riceviamo e pubblichiamo un intervento in risposta a questa lettera da parte del direttore del gruppo archeologico città di Tuscania sull’argomento. In attesa dell’auspicato dibattito pubblico, facciamo la nostra parte per ospitarlo sulla nostra testata

di Carolina Megale*

 La condizione del patrimonio culturale, in Italia, e soprattutto l’insieme delle riflessioni relative al governo, alla tutela, alla gestione e alla valorizzazione del patrimonio culturale è uno dei più grandi nodi mai risolti della nostra democrazia.

In quanto tale, la questione su chi, come e perché debba sostenere le spese di tutela e valorizzazione, ritornano in auge ogni qualvolta l’agenda economica occupa un ruolo centrale all’interno del dibattito pubblico.

E puntualmente, le dinamiche ricorrono uguali: grande attenzione sul tema, grandi proclami da parte delle istituzioni, risultati concreti più bassi delle aspettative, espressione di delusione da parte di tutte le differenti “realtà” che popolano il settore, perdita di interesse fino all’occasione successiva.

Questo schema ha lasciato, sul campo, molte opportunità non colte, molte parole di circostanza, altrettanti proclami vuoti e tante persone che hanno cambiato mestiere e settore.

Nel tempo, si sono avvicendate politiche di ogni inclinazione: lo stampo pubblicistico; il disdegno verso il mondo privato; il saccheggio del mondo privato che, in quanto “portatore di interessi economici e non pubblici” era chiamato a pagare l’indulgenza del “socialmente desiderabile” per essere moralmente reintegrato; un periodo di grande disinteresse; la stagione dei grandi economisti della cultura, di cui abbiamo visto in pochi anni apoteosi, declino ed estinzione con conseguente riadattamento in cariche pubbliche ed universitarie; l’affermazione della cultura come settore economico e, allo stato attuale, la graduale affermazione del ruolo dei manager in ambito anche culturale e la connessione tra industrie culturali e creative e sviluppo del territorio.

Il risultato si reitera, ogni volta diverso ed uguale, ogni volta importante e superfluo.

Una sorta di coazione a ripetere del mondo culturale vale a dire “una tendenza incoercibile, del tutto inconscia, a porsi in situazioni penose o dolorose, senza rendersi conto di averle attivamente determinate, né del fatto che si tratta della ripetizione di vecchie esperienze”.

Il problema reale è che ogni volta si discute dei sintomi, e mai delle patologie, che è poi la definizione esatta dell’utilizzo del termine “palliativo” in medicina.

La verità è che ogni “tentata soluzione” è, in realtà, una tipica espressione del “dato culturale” del tempo in cui essa viene proposta, e un tema che, negli ultimi anni, ricorre sempre più frequentemente è il diretto coinvolgimento della società civile nella tutela e nella valorizzazione dei Siti.

Tema affascinante e politicamente corretto, ma che sinora ha spesso trovato più spazio all’interno dei convegni di addetti ai settori che al bar del centro.

Esistono iniziative importanti, in questo senso, che dimostrano come tale processo sia possibile, se si accetta che non tutta la cittadinanza è interessata, che gli imprenditori sono stanchi di incontrare esponenti culturali “battere cassa”, che la politica locale utilizza la cultura come macchina di consenso, e che le istituzioni universitarie hanno delle proprie economie interne che tendono a tutelare anche più della capacità di generare impatti sul territorio.

Eppure, è proprio nel confronto con la cittadinanza, vale a dire con quelle persone che più di tutte hanno un rapporto di mutua appartenenza con il patrimonio culturale, che bisogna trovare un bacino di sostenibilità, pur con la consapevolezza che tale coinvolgimento, da solo, non basta.

Pur nel loro piccolo, le realtà che decidono di avviare un percorso di questo tipo devono agire, in realtà, in un’ottica di diversificazione delle entrate: ricavi derivanti dalle attività che prevedono un pagamento, finanziamenti per la ricerca, finanziamenti attraverso bandi e call, attività di gestione diretta, capacità di intercettare finanziamenti anche da parte di privati sulla base di un percorso condiviso, e non su “sponsorizzazioni spot”, che lasciano il tempo che trovano.

Il caso del Parco di Archeologia Condivisa di Poggio del Molino (Populonia, Piombino – LI) è un chiaro esempio di questo percorso, e dimostra come da un’associazione culturale possa nascere un gruppo di operatori economici (profit e non profit), ciascuno dei quali partecipa, attivamente, alla sostenibilità del PArCo, intercettando altre economie e veicolandone parte dei ricavi nel progetto.

Non tutte le aree, però, sono fatte per essere “valorizzate”. E forse non tutte sono fatte per essere “lasciate alla luce”. Su questo punto, la logica di finanziamento pubblico ha anche generato delle “distorsioni” di mercato.

La logica del finanziamento a pioggia non solo non incentiva la creazione di una reale valorizzazione del nostro patrimonio culturale, ma ne estende anche “artificialmente” il bacino.

Il problema è dunque capire, stabilire, e definire, dei criteri che consentano di poter affermare incontrovertibilmente, la reale sostenibilità di un’area archeologica, perché ogni area “mal tenuta” è un costo per la collettività, ed è anche un elemento che segna la distanza tra cittadini e patrimonio culturale.

Ci sono tantissime opportunità non solo per le grandi star, ma anche per le realtà che si rivolgono principalmente ad un bacino territoriale. Ma bisogna fare delle scelte. E bisogna farle su una visione di cultura, di patrimonio, di tutela e di valorizzazione, che non ha mai trovato una reale espressione e si è solo manifestata nei decreti ministeriali e nei meccanismi soliti della burocrazia.

*Archeologa – AD Past in Progress Srl

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