mercoledì 28 Settembre 2022

Archeologia: 7 cose che sono cambiate con la pandemia

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Sono molte le trasformazioni che la Pandemia Covid-19 ha portato al mondo dell’archeologia. Senza pretesa di esaurirle ecco alcune considerazioni in 7 punti.

1.ADDIO AI CONGRESSI “LIVE” – MA TORNERANNO?

La mancanza dei congressi nel 2020, grandi e piccoli, è stata quasi totale. L’opzione di molte organizzazioni è stata quella del virtuale, congresso, convegno, seminari, workshop… quindi niente grandi hotel e palazzi dei congressi, ma soprattutto niente occasioni di networking, di scambi informali, di relazioni allacciate e riprese, di quel momento “corridoio” che poi rappresenta la vera carta in più di un grande evento assembleare. C’è chi ritiene che non si tornerà indietro, che sia stata una “democraticizzazione” per chi non può viaggiare, un allargamento della platea, per molti un netto risparmio economico. Ma non è la stessa cosa, almeno crediamo. L’impressione che – una volta superata la pandemia – sarà difficile ritornare al pre-2020 e che l’intero settore abbia svoltato per sempre. Ma non è detta l’ultima parola, la pulsione a muoversi è tanta, se ci saranno i soldi

2.MUSEI: IL DIGITALE NON È SOLO UN TOUCH SCREEN IN SALA

La necessità smuove le risorse, e i musei archeologici (come gli altri), si sono trovati nella posizione di produrre una sorta di “certificato di esistenza in vita”, ricorrendo al digitale e ingaggiando i social media come non avevano mai fatto prima, a parte le eccezioni. Per molti è stata la presa di coscienza che il digitale è molto più che un touch-screen nelle sale, un lascito ancora degli anni ’90. La prima fase del lockdown ha visto un fiorire di tour virtuali, alcuni ottimi, altri improvvisati, sulla cui efficacia non è semplice avere delle metriche. Poi i social, tentativi fatti in casa di gamification, diffusione delle proprie “icone”, prove di engagement di ogni tipo. Idee per i bambini, videolezioni su Youtube, c’è chi ha utilizzato TikTok, il museo etrusco di Villa Giulia si è appena buttato su Twitch. Tre cose sono evidenti: la presa di coscienza di un ruolo centrale del digitale anche per i molti che su questo erano distratti; la sperimentazione, per forza di cose con navigazione a vista; e la necessità per il futuro di adottare strategie meno estemporanee.

3.GLI SCAVI, IL PROBLEMA DEI VIAGGI

Molte campagne di scavo non sono partite, altre in modo ridotto e per brevi periodi. Qualcuna è proseguita senza troppe limitazioni, l’estate con il virus meno aggressivo ha permesso comunque qualcosa. Le fieldschool hanno seguito la stessa china, una strada obbligata dall’incertezza e dal buon senso. La medesima incertezza che permane nel 2021, anche se l’impressione è quella di voler partire, di scavare, di lavorare sul terreno, di proseguire con i survey, di essere flessibili. L’archeologia, all’aperto, permette di lavorare. Ma peseranno molto – ancora – le limitazioni ai viaggi: archeologi, tecnici, specialisti, ricercatori, le migliaia di studenti, in particolare da oltreoceano, avranno difficoltà. l team saranno spesso più piccoli. Si sono anche sperimentate nuove strade, in scavi all’estero piccoli team locali sono stati supportati virtualmente da altri colleghi in remoto. Si può pensare (sperare) anche che, per motivi di sicurezza, non si vedranno più alloggi di fortuna in scuole chiuse per l’estate, un bagno per 20 persone, rifugi precari per gli archeologi, nel mal concepito concetto che essere spartani sia un automatismo della disciplina. E che magari questa eredità positiva, se mai ci sarà, potrebbe restare.

4.GLI SCAVI DI EMERGENZA, CONCENTRATI SULLA SICUREZZA

in questo settore, gli scavi di emergenza restano di emergenza, forse si è notata una maggiore attenzione alla sicurezza. E anche una sorta di maggiore valorizzazione, proprio in virtù del rallentamento degli scavi programmati. L’archeologia preventiva ha però subito, comunque, il rallentamento dei cantieri, pur difficile da quantificare statisticamente.

5.UNIVERSITÀ, I CONTRACCOLPI SULLA FORMAZIONE

Se la scuola e gli studenti sono stati i grandi dimenticati dell’emergenza Covid19, con un buco di formazione in presenza di quasi due anni scolastici lasciato come pesante eredità, che dire del mondo accademico? Aule deserte, lezioni frontali come miraggio, esami, anche il rito “sacrale” della laurea. Rallentamento nella ricerca e, in prospettiva, chissà che numeri per le immatricolazioni. Qui il fardello pesa e peserà per anni, un rallantamento generale, tanti passi avanti non fatti. Fotografare la situazione non è facile, potrà essere fatto solo a bocce ferme, sperando che si fermino il prima possibile

6.PANDEMIA E TRAFFICO DI BENI ARCHEOLOGICI

Ci sono indicatori che la pandemia abbia portato a una diminuita capacità di contrasto al traffico di beni culturali e in particolare archeologici. Lo riporta l’UNESCO tramite ATHAR (Antiquities Trafficking and Heritage Antrropology Research). A gennaio 2021 questa tendenza si è sommata alla decisione del Regno Unito di stracciare le norme che l’Europa si era data in tema di esportazione/importazione di beni più antichi di 250 anni, una “cosa da Brexit”. La spinta dei grandi mercanti d’arte britannici a una forte deregulation non farà certamente bene al contrasto del traffico illegale. Un cocktail molto pericoloso

7.I FONDI, LA GRANDE INCOGNITA

Su tutti i punti precedenti il problema dei fondi aleggia come un secondo virus. Quanto verranno tagliati. L’archeologia riuscirà a far sentire la propria voce questa volta? Oppure il mondo si fermerà solo ai Grandi Progetti “televisivizzabili”. Questa analisi ovviamente merita numeri, dati, competenze e confronti da affrontare mettendo a confronto tutti gli stakeholder del mondo che ruota attorno all’archeologia. Ma del fatto che il punto risorse sia la grande nuvola nera su tutto il settore, nessuno dubita.

 

potete scriverci a segnalazioni@archaeoreporter.it

 

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