venerdì 3 Dicembre 2021

Archeologia pubblica, Paolo Güll: più che “di Stato” sia “patrimonio di comunità”

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Riceviamo con piacere competenti interventi sulla discussione aperta con il nostro articolo su Giornalismo e Archeologia, in particolare sul fronte – a nostro avviso importantissimo – dell’archeologia pubblica/public archaeology. Dopo gli articoli di Francesco di Gennaro e Giuliano Volpe, di cui trovate link qui sotto nel testo, ecco quanto ci scrive Paolo Güll (grassetto e link sono scelte redazionali)

 

di Paolo Güll*

Leggendo la lettera Francesco di Gennaro “Imprecisioni anche tra gli addetti ai lavori” la prima cosa che ho pensato è stata “Archeologia Pubblica è molto più che divulgazione!” e al termine della lettura ho subito visto che il sempre attentissimo Giuliano Volpe aveva già mandato alla vostra testata una precisazione che andava esattamente in questa direzione, fin dal titolo. Tuttavia leggendo le puntualizzazioni di Volpe mi sono reso conto che mancava un tassello che a mio avviso chiarisce molte cose.

Ho sempre ritenuto, nei miei corsi, di dover partire dal libro di McGimsey, Public Archaeology (1972), in molti studi troppo spesso invece relegato frettolosamente in nota, testo in cui il collega americano, dopo aver evidenziato la natura vitale della conoscenza storica per la società, trae una conclusione centrale: le testimonianze materiali che ne sono alla base sono “risorse non rinnovabili”. In quanto “beni comuni,” dunque, la loro conservazione è “interesse pubblico”, “public concern. Ho sempre trovato il fatto che tale principio venisse espresso con questa chiarezza proprio nella patria di Dinamite Bla una cosa di grandissima importanza per difendere la natura pubblica e strategica della conoscenza storica anche in Italia. Tutte le altre declinazioni del concetto di archeologia pubblica e tutte le istanze che ne discendono, inclusa la stessa Convenzione di Faro, derivano dalla necessità di difendere l’istanza di conservazione del patrimonio culturale. E ciò può avvenire solo rafforzando quelle “preferenze di comunità” che, riprendendo le teorie di Richard Musgrave (un economista americano del secolo scorso), Massimo Montella identifica come non date a priori e non immutabili, missione dell’Archeologia pubblica come è oggi comunemente intesa.

Questa lettura “a stelle e strisce” dà ragione in un certo senso del motivo per cui il collega di Gennaro attribuisce tanto peso al fatto che in Italia l’archeologia “è sempre stata pubblica”, cioè il fatto che nel nostro Paese sia lo Stato in prima persona ad occuparsene. Tuttavia ciò non è per niente tranquillizzante, perché, seguendo la lezione di Ugo Mattei, uno dei più battaglieri studiosi italiani dei beni comuni, sappiamo che il tentativo, storicamente reiterato, di escluderne la natura propriamente comunitaria ci spinge dritti in quella che efficacemente è definita la “tenaglia Stato-proprietà”. Ma non sempre lo Stato e i suoi interessi coincidono con quelli della comunità dei cittadini, né c’è da sperare che coincidenti siano, ovviamente, quelli della proprietà privata.

Per questo il concetto di “comunità di patrimonio” è così rivoluzionario oggi, proprio quando vediamo che, nella gestione del patrimonio culturale italiano, dove lo Stato fa un passo indietro è invece il privato che avanza e mai la comunità di quei cittadini che di tale patrimonio sono i soli veri legittimi proprietari.

*Università del Salento

Qui sotto: un esempio di archeologia di comunità/archeologia pubblica

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