domenica 4 Dicembre 2022

Alla fine del 2020, parliamo di sterco. Ma seriamente: come lo si ritrova nella ceramica archeologica?

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Alla fine del 2020, anno che ha attinenza alla materia di questo articolo, e contando sulle note capacità di buon auspicio della medesima  per il 2021, parliamo di sterco. Sterco animale. La non nobile ma mutevolmente utile materia organica – ci raccontano numerose testimonianze etnografiche – viene aggiunta come tempering, ossia come dimagrante, per rendere meno grassa e quindi più resistente l’argilla sottoposta allo stress termico della cottura per ricavarne ceramica. Il problema, ci racconta una ricerca di Silvia Amicone, Lionello Morandi e Shira Gur-Arieh, è dimostrare la presenza dello sterco come dimagrante nelle ceramiche in archeologia, e quindi vale la pena verificare analiticamente in che misura questo materiale possa essere rilevato nelle produzioni ceramiche antiche.

Va detto che il titolo della ricerca è bellissimo: ‘Seeing Shit’: Assessing the Visibility of Dung Tempering in Ancient Pottery Using an Experimental Approach. Dove, lo ricordiamo, “seeing shit” vale come elemento didascalico ma anche come doppio senso, da tradurre liberamente come “non si vede un tubo”. Ed in effetti bisogna partire da un punto fermo: finora prove definitive dell’uso dello sterco nelle ceramiche archeologiche sono relativamente rare. Lo scopo dello studio era quindi verificare se, e in quali condizioni, questo sia effettivamente accertabile.

Il team di ricercatori si è concentrato nel valutare se una combinazione di analisi di micro-particelle nei sedimenti sciolti e sezioni sottili petrografiche, potesse rivelare l’aggiunta di sterco all’argilla. Gli indizi da tenere sott’occhio? Una serie di elementi, come gli sferuliti fecali, fitoliti, spore di funghi coprofili. Per avere dei parametri affidabili hanno cotto a temperature crescenti numerose “brichette”(briquettes) realizzate con argilla e sterco animale.

Analizzando quel che restava, le variabili – spiega la ricerca – sono moltissime, tra cui i processi di fabbricazione della ceramica, l’atmosfera e le temperature in cottura. alla fine, la candidata migliore per cercare di capire la presenza di sterco come tempering è l’analisi degli sferuliti fecali. Gli sferuliti sono prodotti particolarmente dall’intestino degli erbivori, e sono un chiaro indicatore nel loro sterco. Parliamo di sfere identificabili al microscopio dai 5 ai 20 μm . Trovata la strada? Beh, in parte, e per di più piuttosto tortuosa, perchè, tenute presenti un’infinità di varianti, gli sferuliti resistono a cotture fino a 700 gradi, poi con l’innalzarsi della temperatura, vengono distrutti. E poi non sempre sono presenti in tali concentrazioni da essere sempre identificabili. Per esempio possono essere il risultato dell’aggiunta di cenere di sterco, invece che dello sterco stesso.

Insomma, le analisi con la velocità e la sicurezza da CSI restano nei serial, e in archeologia si combatte una quotidiana battaglia molto diversa e dalle variabili molto più ampie. In questo caso la parola d’ordine è sferuliti: o ci sono loro, o i vuoti lasciati dallo sterco, quasi un micro-calco dopo la cottura della ceramica ( ma da soli non bastano come prova affidabile, affermano i ricercatori) , o l’uso dello sterco come dimagrante  nella ceramica archeologica – ci dice la ricerca – non si riesce a provare in modo inequivocabile. E la gas cromatografia? Niente da fare, in questo caso non serve, un’altra carta da CSI che non si può giocare.

In conclusione, l’etnografia ci dice che lo sterco, anche grazie alla sua disponibilità e le sue qualità plastiche, veniva usato anche in antichità, fatti salvi eventuali tabù inerenti alla “materia” che ne limitassero la diffusione. Ma l’archeometria ci dice anche che questo uso è difficile da provare, con alcune eccezioni, sferuliti su tutte. In definitiva, sterco abbondante, ma difficile da identificare. Una cosa che, se ci pensate, capita anche nella vita, metaforicamente parlando.

 

REFERENCES

Amicone, S.; Morandi, L. and Gur-Arieh, S. (2020). ‘Seeing Shit’: Assessing the Visibility of Dung Tempering in Ancient Pottery Using an Experimental Approach. Environmental Archaeology. DOI: 10.1080/14614103.2020.1852758

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