domenica 27 Novembre 2022

Archeologia e Recovery Plan: no a interventi a pioggia, sì a una ripartenza di sistema. E fuori i soldi! (in calce il piano integrale)

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Vade retro interventi a pioggia, si affronti invece il quadro dell’archeologia italiana con uno sguardo ampio, coordinato, come si dice adesso in ottica “di sistema”. Insomma, aspettando il recovery plan le Associazioni dell’Archeologia, riunite intorno a un tavolo (organizzato dalla Confederazione Italiana Archeologi) cercano per una volta di far valere le ragioni del settore, vitale per la conoscenza e la conservazione dei beni culturali italiani. E visto che con la cultura si mangia e si deve mangiare, eccome, fanno sommessamente presente che gli investimenti in cultura, in Italia, generano 2,65 euro di indotto locale per ogni euro investito.

settore a forte impatto sociale che permette di ricostruire la memoria storica, le radici culturali della comunità dandole voce, oltre a rappresentare uno dei principali fattori di animazione del mercato turistico e offrendo lavoro a una vasta rete di imprese specializzate e di professionisti” – sottolineano in un comunicato stampa

La speranza, ma diremmo anche la voglia e la forza di persuasione di un settore che è e vuole essere vivo e vitale (e che sì, qualora non se ne siano accorti, il documentario francese su Pompei con Osanna ha fatto l’11% di share in prima serata, sempre se interessano solo i numeri) questa volta si concentra per far pressione sulla politica. Si teme la dispersione in mille rivoli delle risorse , e per una volta si vorrebbe che il post Covid-19 e il recovery plan (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza PNRR) diventasse “l’occasione per una nuova partenza sistemica, per definire una nuova politica industriale per il settore dei Beni Culturali con risorse, regole e definizione di percorsi formativi che vedano, tra l’altro, un più stretto rapporto tra istituti di formazione e ricerca, impresa e mondo delle professioni”.

Come? Dapprima con  interventi nell’ambito della fiscalità e, finalmente la presa d’atto che l’archeologia non venga più  “considerata un problema né un rischio, ma un’opportunità per l’accrescimento del patrimonio nazionale oltre che del sistema per la fruizione culturale”. Insomma, anche se non si trovano “tesori” un’indagine archeologica porta sempre conoscenza.

In pratica:

-detrazione delle spese culturali,

-riduzione dell’IVA al 10%,

-fiscalità di vantaggio per i privati che devono affrontare i costi delle indagini archeologiche

Ma per ora lo stanziamento previsto è più che ridicolo, al limite dell’iffensivo, meno di un’elemosina (3,1 mld di euro complessivi per cultura e turismo

inoltre

-una scommessa sulla digitalizzazione,  L’acquisizione di un sistema digitalizzato avrebbe immediati effetti positivi nell’ambito dei processi di pianificazione del territorio, ricorda il documento.

All’interno del vasto ambito della digitalizzazione sono state individuate tre direttrici di intervento finalizzate alla realizzazione di un Inventario nazionale dei siti e dei ritrovamenti, alla Digitalizzazione dei dati di archivio e alla Pubblicazione del materiale inedito storico.

-un portale nazionale, da integrare agli altri strumenti di catalogazione o di digitalizzazione del MiBACT, di immediata utilità per la tutela, la valorizzazione e la programmazione del territorio, trattandosi di strumento consultabile per la progettazione (Enti territoriali, Professionisti) ed utilizzabile dai funzionari della PA per la redazione dei pareri tecnici.

-un vero e generalizzato piano di digitalizzazione del patrimonio informativo sui Beni Culturali presente negli archivi degli Istituti MiBACT (Soprintendenze, Musei, Biblioteche ed Archivi) e delle Università.

-la pubblicazione su piattaforma digitale del patrimonio documentale, materiale e immateriale pregresso e conservato negli archivi, nei magazzini e sul territorio. Un’enorme mole di dati, spesso inaccessibile, inedito e per questo sottratta alla valorizzazione e alla fruibilità collettiva-

queste le associazioni firmatarie:

ANA – Associazione Nazionale Archeologi

API – Archeologi Pubblico Impiego MiBACT

ARCHEOIMPRESE – Associazione delle imprese archeologiche

ASSOTECNICI – Associazione Nazionale dei Tecnici per il Patrimonio Culturale

CIA – Confederazione Italiana Archeologi

CNA – Confederazione Nazionale Artigianato e p.m.i. – Unione nazionale artistico e tradizionale

Consulta di Topografia Antica

FAP – Federazione Archeologi Professionisti

Federazione delle Consulte Universitarie di Archeologia (Consulte di: Preistoria e Protostoria; Archeologia del mondo classico; Archeologie postclassiche; Numismatica; Studi dell’Asia e dell’Africa)

LEGACOOP Produzione & Servizi

Mi Riconosci? sono un professionista dei Beni Culturali

 

(in calce il testo integrale)

UN PIANO DI RIFORMA E DI INVESTIMENTI PER L’ARCHEOLOGIA: UN CONTRIBUTO PER IL RILANCIO DI UNA POLITICA INDUSTRIALE PER IL SETTORE DEI BENI CULTURALI

 

 

L’ambito dei Beni Culturali è caratterizzato da interventi di formazione, di ricerca, di documentazione e ricostruzione storica, di conservazione dei beni materiali e immateriali, di gestione, di comunicazione, di educazione al patrimonio e di creazione di nuove espressioni creative. È un settore che ha un forte impatto sociale perché permette di ricostruire la memoria storica, le radici culturali della comunità dandole voce. È, inoltre, un mercato che vede la presenza di una rete di imprese specializzate e di professionisti oltre ad essere uno dei principali fattori di animazione del mercato turistico.

È anche noto come gli investimenti nel settore culturale siano considerati generatori di sviluppo perché generano maggior indotto (Impresa Cultura Italia – Confcommercio stimano 2,65 euro di indotto locale ogni euro investito): per questo riteniamo che i professionisti e le imprese impegnate nella salvaguardia del patrimonio culturale italiano siano in grado, se forniti di strumenti adeguati, di fungere da traino non solo per la valorizzazione di tale risorsa ma anche per collaborare attivamente alla ripresa economica del paese.

Il recovery plan è l’occasione per una nuova partenza sistemica, per definire una politica industriale per il settore con risorse, regole e definizione di percorsi formativi che vedano, tra l’altro, un più stretto rapporto tra istituti di formazione e ricerca, impresa e mondo delle professioni.

È l’occasione per porre la cultura, nella sua accezione più ampia, al servizio di un nuovo modello di sviluppo che dia valore ai temi della rigenerazione urbana e territoriale, che dovrà guidare la ripresa incidendo sul mutamento degli attuali paradigmi economici aumentando la vivibilità del territorio. Un territorio che consente qualità della vita e stimola creatività e innovazione avrà una maggiore capacità di competizione nello scenario internazionale. Industria, università, ricerca e cultura devono essere saldamente interconnesse. La rigenerazione delle città dovrà passare anche attraverso la riqualificazione del patrimonio architettonico e ambientale, incentivando e impiegando le nuove tecnologie e immaginando destinazioni funzionali innovative, l’adeguamento infrastrutturale della mobilità dovrà porsi al servizio delle diverse funzioni del territorio (produttive, turistiche, ricreative, formative), l’offerta culturale dovrà configurarsi come una rete che pervade il territorio e non essere concentrata in isolate istituzioni e il design pubblico potrà esprimere l’essenza di queste interconnessioni. Anche in questo si collocano i principi delle Convenzione di La Valletta e di Faro: gli archeologi, adottando i metodi e i principi dell’archeologia pubblica, sono in prima linea nel dar vita alle ‘comunità di patrimonio’.

A giudicare dalle prime stesure del PNRR, purtroppo, non possiamo non evidenziare uno stanziamento (3,1 mld di euro complessivi per cultura e turismo) non all’altezza delle opportunità che i beni culturali potrebbero generare per il nostro Paese, anche in considerazione del fatto che ci troviamo di fronte ai due settori maggiormente colpiti dagli effetti del COVID.

In ogni caso, riteniamo che le future risorse non dovranno essere utilizzate “a pioggia”, ma con interventi mirati e strutturali che creino, nel sistema lavorativo culturale, una nuova partenza sistemica, un nuovo punto di inizio che possa svilupparsi senza ulteriori interventi a sostegno. Il MiBACT ha già proposto 10 linee di progetti, ancora in fase di elaborazione alcune delle quali possono essere utilizzate per impostare il cambiamento sistemico che auspichiamo.

Un piano di investimenti non può, però, prescindere anche da un quadro di riforme che prevedano l’adeguamento delle prassi e delle norme che regolano il mercato di riferimento.

Se si investe in un sistema non regolato che non funziona o non capace di immaginare o recepire le nuove potenzialità che si potrebbero aprire ad esempio con un rinnovato rapporto tra pubblico e privato (art 151), si può rischiare lo spreco o almeno la mancata ottimizzazione della resa degli investimenti.

 

Per avviare una nuova stagione si ritiene necessaria una maggiore integrazione tra le politiche dei ministeri MiBACT, MUR, MISE e MIT ed anche un maggiore confronto con il mondo delle imprese e delle professioni. Questo consentirebbe, tra l’altro, lo sviluppo e la valorizzazione di una filiera organica e integrata tra formazione, ricerca, tutela, valorizzazione e gestione del patrimonio culturale.

 

In questo quadro l’archeologia è un mercato relativamente giovane, attivo negli ambiti della progettazione, dei lavori e dei servizi. È fortemente connesso con la realizzazione di nuove opere pubbliche e private in quanto è nel sottosuolo, nonché nei fondali marini, lacustri e fluviali, che si conservano i documenti della nostra storia e per questo la realizzazione delle opere prevede, tra gli studi e le indagini preliminari, anche le indagini archeologiche preventive.

 

L’archeologia non può quindi più essere considerata un problema, un rischio bensì è un’opportunità per arricchire la stessa opera e principalmente il patrimonio del paese, anche in termini di valore economico.

 

 

 

Con queste premesse le associazioni e gli istituti sottoscrittori propongono misure

 

  1. NELL’AMBITO DEI PROGRAMMI DI RIFORMA:

 

  1. Per un mercato regolato
  • Piena attuazione delle normative sulle figure professionali del settore
  • Qualificare maggiormente tutti i lavori pubblici comprendenti opere attinenti ai BBCC
  • Uniformare la profilazione tecnica e professionale della categoria archeologica OS25
  • Uniformare la valutazione economica per lavori e servizi del settore
  • Composizione delle commissioni di gara
  • Criteri di selezione dell’offerta
  • Recepimento della fase di studio e di pubblicazione tra le attività costituenti lo scavo archeologico
  • Incentivare i processi di specializzazione
  • Piano di formazione per le amministrazioni appaltanti
  • Liberalizzazione dell’uso delle immagini

 

  1. Un nuovo quadro di fiscalità
  • Possibilità di detrazione delle spese culturali
  • Fiscalità di vantaggio per i privati che sostengono costi per indagini archeologiche
  • Riduzione aliquota IVA al 10% per i lavori attinenti all’archeologia
  • Ingresso gratuito in musei e parchi per gli archeologi professionisti

 

 

  1. NELL’AMBITO DEI PROGRAMMI DI INVESTIMENTO:

 

  1. Fondo per accessibilità e ricostruzione
  • Accessibilità e fruizione ampliata
  • Incremento del contributo economico per la ricostruzione post sismica per i privati con cantieri ricadenti in aree di interesse archeologico

 

  1. Fondi per la digitalizzazione del patrimonio
  • Inventario nazionale dei siti e dei ritrovamenti
  • Digitalizzazione dei dati di archivio
  • Pubblicazione del materiale inedito storico

 

 

  1. NELL’AMBITO DEI PROGRAMMI DI RIFORMA

 

  1. Per un mercato regolato

Da tempo le Associazioni del settore stanno cercando di contribuire all’adeguamento delle normative che regolano il mercato di riferimento: parte delle proposte che seguono, infatti, sono state già presentate e sono state oggetto di confronto con il MiBACT in relazione alla definizione del nuovo Regolamento del Codice dei Contratti Pubblici.

 

  • Piena attuazione delle normative sulle figure professionali del settore e conseguenti interventi atti a favorire il rapido recepimento delle recenti normative (L 110/2014 e DM 244/2019) a partire dal nuovo regolamento unico per l’attuazione del Codice dei Contratti Pubblici.

 

  • Qualificare maggiormente tutti i lavori pubblici comprendenti opere attinenti ai BBCC, in cui non è prevista un’esclusività di intervento relativa ad una delle tre specializzazioni (scavo, restauro mobili e superfici, restauro beni immobili) relative ai Beni Culturali, prevedendo la possibilità che nell’ambito della progettazione e della funzione della Direzione Lavori siano presenti una équipe di Progettazione e un ufficio di Direzione Lavori che contemplino al proprio interno le diverse specializzazioni coinvolte non prevalenti. Medesimo meccanismo riteniamo vada contemplato anche per le attività di progettazione ed esecuzione lavori attinenti a categorie generali qualora siano ricomprese anche categorie non prevalenti attinenti ai Beni Culturali, nonché per i lavori privati qualora intervenga una specifica regolamentazione.

 

  • Uniformare la profilazione tecnica e professionale della categoria archeologica OS25, nel Codice dei Contratti Pubblici e nel relativo Regolamento, alle altre categorie specialistiche del restauro su beni mobili ed immobili, nei vari ambiti della direzione tecnica, della definizione dell’organico, del collaudo e della documentazione a consuntivo scientifico.

 

  • Uniformare la valutazione economica per lavori e servizi del settore attraverso l’elaborazione di un capitolato speciale tipo nazionale corredato da un adeguato elenco prezzi.

 

  • Composizione delle commissioni di gara. Prevedere, nelle commissioni di gara che valutano le offerte economicamente più vantaggiose, qualora nel progetto messo a bando siano comprese categorie di opere attinenti ai beni culturali. la presenza obbligatoria di un professionista qualificato per tutte le categorie specialistiche del settore.

 

 

  • Recepimento della fase di studio e di pubblicazione tra le attività costituenti lo scavo archeologico all’interno del nuovo Regolamento del Codice dei Contratti Pubblici.

L’archeologia preventiva ha prodotto in Italia molti scavi, ma molte meno pubblicazioni, perché i costi da sostenere (comprensivi anche di analisi specialistiche e restauri) non vengono regolarmente compresi nei fondi stanziati. Quello che appare evidente è che la parte riguardante lo studio e la pubblicazione dei dati di archeologia preventiva e di emergenza erroneamente non viene considerata parte integrante del processo dello scavo archeologico.

È invece necessario che sin dalla progettazione dell’intervento o dell’opera, nel caso comprenda indagini archeologiche, sia prevista accanto all’attività su campo anche la fase di elaborazione finale dei dati al fine di definire le caratteristiche e le linee evolutive del contesto rinvenuto.

È pertanto necessario che nel nuovo regolamento di applicazione del Codice dei Contratti Pubblici (attualmente in corso di modifica) la definizione di scavo archeologico comprenda anche la fase di elaborazione finale e di edizione, come per altro proposto dalle Convenzioni di La Valletta e Faro, già stimata nella Circolare 1/2016 della DG ABAP, al punto 10.4, pari ad un incremento del 20%, prevedendo i criteri per la valutazione economica dell’attività che deve essere ricompresa già nella fase di affidamento dei lavori o servizi.

La pubblicazione, da prevedere su piattaforma pubblica on line, open access e peer reviewed, realizzata e gestita dal MIBACT, in collaborazione con il MUR, MIT e con il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici anche al fine dell’adeguamento dei costi della progettazione, dovrà essere curata dalla direzione scientifica, dalle imprese e dai professionisti che hanno condotto le indagini (nel rispetto del diritto alla proprietà intellettuale di tutte le parti) e potrà anche prevedere ulteriori apporti specialistici.

L’edizione digitale non escluderebbe la possibilità, per le società editrici che lo vogliano, di occuparsi dell’edizione dei testi e della loro pubblicazione, anche con finalità commerciali.

  • Incentivare i processi di specializzazione ed innovazione delle imprese e dei professionisti attivi nel settore per favorirne l’accelerazione verso la transizione digitale, soprattutto tra le PMI. Gli interventi del Piano Transizione 4.0 dovrebbero prevedere incentivi adatti alla struttura e alle necessità del settore, con particolare riferimento agli investimenti in beni strumentali, e riservando una particolare attenzione, in considerazione della natura labour intensive del settore, alla formazione necessaria all’utilizzo delle nuove tecnologie.

 

  • Piano di formazione per le amministrazioni appaltanti in relazione alle normative e alle procedure relative al mercato dei Beni Culturali. Occorre implementare con linee guida e formazione ad hoc il lavoro di aggiornamento che già svolgono ITACA (per contro delle Regioni) e IFEL (per conto dei Comuni) a favore delle amministrazioni locali.

 

  • Liberalizzazione dell’uso delle immagini. La riproduzione del bene culturale pubblico è oggi sostanzialmente libera per gli usi personali anche se ancora gravano limitazioni, ormai anacronistiche, per il loro riuso, che si rinvengono negli articoli 107 e 108 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. In linea con l’art. 14 della Direttiva europea sul copyright, che tende a rimuovere ogni ostacolo alla circolazione delle immagini di opere d’arte in pubblico dominio, sarebbe necessario liberalizzare per qualsiasi finalità il riuso delle riproduzioni di beni culturali pubblici i cui diritti d’autore siano scaduti. Il libero riuso si rivela uno straordinario strumento di innovazione, in quanto favorisce lo sviluppo dell’editoria culturale (e quindi anche la ricerca scientifica) e dell’industria creativa stimolando l’imprenditoria culturale e turistica, la moda, il design, la creatività. Dare la possibilità ai singoli direttori di musei, archivi e biblioteche di rilasciare immagini in rete con licenza aperta e a chiunque di riutilizzare liberamente le proprie riproduzioni di beni culturali pubblici, nel rispetto del diritto d’autore, consente di dare attuazione concreta ai principi fondamentali della convenzione di Faro, nella consapevolezza che il patrimonio è realmente di tutti e che la cultura, se libera di esprimersi, può essere un volano fondamentale per avviare una nuova fase di sviluppo culturale, sociale ed economico nel nostro Paese nell’era del post Covid.

 

  1. Un nuovo quadro di fiscalità

Occorre, nel contesto di una riforma fiscale, individuare l’eccezione culturale in modo da derivarne un sistema integrato e coordinato di disposizioni volte a inaugurare una nuova e autentica fiscalità di vantaggio per i beni culturali. È con questa logica che si suggeriscono alcune specifiche misure.

 

  • Possibilità di detrazione delle spese culturali

Analogamente a quanto già avviene per le spese sanitarie, si chiede la detrazione delle spese per le attività culturali, come biglietti di ingresso o gli abbonamenti a musei, teatri, cinema, le spese per libri, abbonamenti a riviste, prodotti cartacei o audio-video, attività formative, laboratori, visite guidate, tessere di associazioni culturali. Sono da comprendere le attività in campo archeologico, come visite guidate, laboratori, attività formative, ecc. In tal modo si incrementerebbero i consumi culturali e si contribuirebbe a fare emergere dal “nero” o dal “grigio” anche molte attività oggi sommerse. I mancati introiti fiscali per tali detrazioni sarebbero compensati dall’incremento dell’economia della cultura sostenuta dalla crescita della domanda.

 

  • Fiscalità di vantaggio per i privati che sostengono costi per indagini archeologiche

Le indagini di archeologia sono strettamente connesse alla realizzazione di opere (dalle opere infrastrutturali agli interventi privati di costruzione e ristrutturazione) che intaccano i potenziali depositi contenuti nel sottosuolo, nei fondali marini, lacustri e fluviali, depositi che conservano tanta parte della nostra storia.

D’altra parte ogni indagine archeologica che rechi risultati in termini di rinvenimenti di beni mobili e strutture, genera automaticamente un vantaggio per lo Stato sia in termini assoluti di conoscenza e crescita della conoscenza, sia in solido con l’incremento del patrimonio dello Stato in caso di rinvenimento di beni. Anche le indagini infruttuose accrescono il patrimonio di conoscenza e avvantaggiano la tutela e la progettazione delle opere future. Il valore stimato dei rinvenimenti si concretizza con l’immissione al Demanio in caso di beni immobili e con l’inserimento dei beni mobili, opportunamente schedati, negli inventari patrimoniali dello Stato.

È per questo che dagli interventi di archeologia si genera l’arricchimento del patrimonio nazionale, anche in termini di valore economico, oltre che di nuovi beni portati al sistema di fruizione.

L’archeologia pertanto non può più essere considerata un problema, un rischio bensì è un’opportunità. Oggi però le procedure di archeologia preventiva non si applicano alle opere progettate dal privato, se non nell’ambito di disposizioni specifiche contenute negli strumenti urbanistici di alcuni Enti locali. Questa situazione, anche in virtù della ratifica della Convenzione de La Valletta (L. 57/2015, art.6), deve essere superata anche perché crea una evidente e non giustificabile diversificazione nelle norme di tutela, attraverso una conseguente modifica legislativa del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.

È quindi necessario passare da una logica meramente punitiva ad una visione premiale attraverso forme di fiscalità di vantaggio per il privato, che già non usufruisce di finanziamenti pubblici, consentendo di poter ammortizzare le spese sostenute per la Verifica preventiva dell’interesse archeologico e per l’assistenza in corso d’opera.

Andrebbe altresì prevista la sospensione dei tempi di consegna dell’opera in caso di rinvenimento fortuito mentre la fiscalità di vantaggio non sarebbe ovviamente compatibile con l’istituto del premio di rinvenimento, che dovrebbe essere contenuto all’esclusivo rinvenimento casuale.

Questo proposta creerebbe una serie di esternalità positive:

  • il privato avrebbe un ritorno economico e sarebbe quindi invogliato a ricorrere maggiormente a queste pratiche
  • si aumenterebbe conseguentemente la richiesta di tali prestazioni professionali
  • essendo gli archeologi per la maggior parte liberi professionisti aumenterebbero considerevolmente gli introiti sia per l’erario sia per l’INPS
  • diminuirebbero le possibilità ed i rischi di distruzione e danneggiamento del nostro patrimonio archeologico
  • si creerebbe maggiore cultura della tutela.

 

  • Riduzione aliquota IVA al 10% per i lavori attinenti all’archeologia

È la stessa direttiva europea sull’IVA (2006/112/EU) che consente di individuare aliquote ridotte per beni e servizi cosiddetti meritori, cioè i beni e servizi legati in generale alla cultura e all’istruzione, come libri, giornali e spettacoli teatrali, in ragione dell’importanza dei benefici associati alla loro diffusione nel processo di avanzamento sociale e culturale. L’idea è che un’aliquota Iva ridotta contribuisca a calmierarne il prezzo favorendone il consumo a beneficio della collettività.

Pertanto, come già avviene per numerose categorie di beni e per gli interventi di restauro su beni architettonici, occorre ridurre l’aliquota IVA degli interventi di archeologia, altrettanto meritevoli di quelli già beneficiati da un’aliquota ridotta, anche perché caratterizzati da prestazioni ad elevata intensità di lavoro e altrettanto funzionali agli obiettivi che l’Unione Europea si pone con la diversificazione delle aliquote previste dalla direttiva.

 

  • Ingresso gratuito in musei e parchi per gli archeologi professionisti

La visita a un museo o parco archeologico è un aggiornamento professionale, necessario per ogni professionista, come richiesto dalla legge 4/2013, e come tale deve essere trattato, attraverso un accordo quadro in cui il MiBACT preveda la totale gratuità degli accessi per i professionisti. La qualificazione professionale sarà dimostrata dalla iscrizione agli elenchi dei professionisti dei BBCC (L 110/2014 e DM 244/2019).

 

 

  1. NELL’AMBITO DEI PROGRAMMI DI INVESTIMENTO

 

  1. Fondo per accessibilità e ricostruzione

 

  • Accessibilità e fruizione ampliata

Il primo passo per una corretta valorizzazione del Patrimonio Culturale passa per l’accessibilità dei beni. Poter fruire di musei, monumenti, complessi monumentali, aree e parchi archeologici significa prima di tutto potervi accedere fisicamente e in secondo luogo essere messi in grado di poterne comprendere i contenuti storici e culturali. Infatti, il superamento (o abbattimento) delle barriere architettoniche, non è più inteso soltanto da un punto di vista fisico, ma anche senso-percettivo, culturale, cognitivo, economico.

Oggi ciascuna Istituzione culturale si occupa di queste tematiche in maniera più o meno autonoma, a seconda dei fondi, delle sponsorizzazioni o delle collaborazioni che riesce ad attivare.

Riteniamo necessario, invece, stabilire un’attenta programmazione che, attraverso lo stanziamento di un fondo speciale, da far confluire nei canali ordinari di finanziamento, possa ripensare le modalità di accesso e fruizione ampliata dei luoghi della cultura, stabilendo priorità di rifunzionalizzazione e riqualificazione e utilizzando le tecnologie (intelligenza artificiale, AR-VR) per il contingentamento, il controllo e il monitoraggio dei flussi di visitatori e per il disegno, lo sviluppo e la fruizione innovativa del patrimonio culturale.

Accanto al tema dell’accessibilità e per dare base ai progetti di uso e valorizzazione è imprescindibile programmare un intervento straordinario per la cura del nostro patrimonio perché il suo valore non si consumi o estingua, per conservarlo per le future generazioni. In questo senso è giusto partire da interventi che abbiano a riferimento il patrimonio pubblico. Quindi:

  • riqualificazione architettonica ed energetica degli immobili pubblici di interesse storico;
  • recupero del patrimonio locale minore con piani di valorizzazione anche con progetti di PPP

Al fine di evitare il rischio che l’utilizzo dei fondi si concentri solo sulle grandi istituzioni è preferibile che l’utilizzo delle risorse avvenga attraverso i canali ordinari.

 

  • Incremento del contributo economico per la ricostruzione post sismica per i privati con cantieri ricadenti in aree di interesse archeologico

Vista l’eccezionalità della tipologia dei lavori connessi alla ricostruzione dopo eventi sismici, riteniamo che il corretto principio del polluter pays, previsto anche dai principi della Convenzione per la salvaguardia del patrimonio archeologico firmata a La Valletta nel 1992 e ratificato dall’Italia nel 2015, ovvero degli oneri a carico di colui che costruisce, non sia applicabile al contesto.

Per questo, chiediamo che venga predisposto un fondo cui possano accedere tutti i proprietari che, nelle operazioni di demolizione e ricostruzione delle abitazioni abbattute o danneggiate da un evento sismico, abbiano l’assistenza archeologica ai lavori tra le prescrizioni per la prosecuzione dei lavori.

 

  1. Fondi per la digitalizzazione del patrimonio

La digitalizzazione del patrimonio e della cultura è infatti uno degli strumenti fondamentali per la mappatura e la messa a valore del patrimonio e per mettere nella disponibilità collettiva nuove evidenze culturali, ed è necessario superare il ritardo nella codificazione di un sistema efficiente di accesso alle informazioni. La digitalizzazione della cultura è una nuova frontiera che si correla e si declina in diverse fasi che si intersecano tra loro: dalla conoscenza alla conservazione, alla valorizzazione e gestione dei beni, al fine di garantirne l’accessibilità e la fruizione, fino ad essere strumento per una nuova produzione artistica e creativa.

 

  • Inventario nazionale dei siti e dei ritrovamenti

L’idea di realizzare uno strumento conoscitivo integrale e pubblico delle presenze archeologiche su base territoriale nazionale ha ormai circa 150 anni di storia. Ad esso hanno atteso in tempi e con modalità diverse, uffici ministeriali centrali e periferici, numerosi gruppi di ricerca universitari, enti locali. Si tratta di una moltitudine di iniziative, catalogabili in vario modo alla luce all’evoluzione delle metodologie e delle tecnologie utilizzate, che si caratterizzano per la profonda differenziazione dei metodi di classificazione. Questo aspetto, anche a fronte di una particolare profondità dell’analisi dei dati, ha impedito di fatto la realizzazione di un sistema di registrazione unico digitale, pubblico e condiviso, dei siti archeologici italiani. Per questi motivi si propone un approccio diverso rispetto al passato, che separi il gruppo dei dati di conoscenza essenziali, cioè i dati di INVENTARIO, dal gruppo dei dati destinati all’approfondimento completo e dettagliato dei siti, cioè le SCHEDE DI CATALOGO.

Inutile sottolineare l’immensa immediata utilità che tale strumento avrebbe per la tutela, la valorizzazione e la programmazione del territorio, trattandosi di strumento consultabile per la progettazione (Enti territoriali, Professionisti) ed utilizzabile dai funzionari della PA per la redazione dei pareri tecnici. Una semplificazione delle procedure che porterà consistenti risultati in termini di efficienza e di creazione di lavoro. Inoltre è da sottolineare l’auspicio, che gli archeologi italiani sottoscrivono, che questa iniziativa porti al concepimento di un sistema più ampio che riguardi tutti i Beni Culturali senza barriere tipologiche o cronologiche.

 

Si propone, dunque, la creazione di un portale nazionale, denominato “Inventario nazionale dei siti e dei ritrovamenti” da integrare agli altri strumenti di catalogazione o di digitalizzazione del MiBACT, quali ad esempio il Geoportale Nazionale Archeologia gestito dall’ICA che già da tempo sta portando avanti un importante progetto di gestione digitale dei dati archeologici, che, a partire anche dagli strumenti già esistenti (come Raptor o Sitar ecc. eventualmente da aggiornare) definisca un set di dati comuni, interoperabili ed aggiornabili, ai fini di disporre di uno strumento agile e facilmente consultabile, nel quale potranno confluire i dati di altri Enti pubblici di Ricerca, come le Università, previa definizione di atti convenzionali, o anche di Amministrazioni regionali (come la Carta dei Beni culturali della Puglia) ed Enti locali (si pensi a Modena) che potranno anche promuovere nuove campagne di ricerca in base ai criteri definiti dal portale.

Il portale, che dovrà essere tenuto dal MIBACT, di agevole uso e compilazione, dovrà provvedere i dati minimali ricavabili dallo spoglio degli archivi, della documentazione e delle banche dati esistenti, direttamente estratti dalle schede MOD* ministeriali e limitati alla semplice identificazione del bene, quali natura del sito, eventuale cronologia per macrofasi, indicatore dell’accuratezza del posizionamento, riferimento bibliografico o di archivio, collegati ad un punto georeferenziato, puntiforme, lineare o areale.

Questo strumento dovrà prevedere, in base alle necessità degli enti territoriali competenti, delle nuove ricerche sul territorio finalizzate a colmare vuoti di conoscenza e indispensabili per una corretta progettazione urbanistica dei territori.

Dovrà essere affidata dalle singole SABAP per i territori di competenza, su base provinciale o sub-provinciale con regole stringenti per i limiti di assegnazione tramite bando per singoli partecipanti in modo da aprire ad un numero consistente di archeologi professionisti, società archeologiche, enti universitari e di ricerca. Questi dovranno avere la possibilità di partecipare in quota parte al progetto per permettere l’accesso a più fornitori che si suppone conoscano meglio il territorio stesso.

La piattaforma, vista la sua estrema semplicità, potrà quindi essere implementata collegandola con tutte le banche dati disponibili, con le quali potrà interagire.

Il riscontro dei livelli di accuratezza dei posizionamenti servirà inoltre per definire i successivi livelli di intervento, da pianificare al completamento del primo progetto, quali riscontri sul campo, precisazione dei posizionamenti grazie ad autopsia e posizionamento strumentale, campagne di ricognizione nelle aree meno coperte.

 

La creazione di questo strumento avrebbe le seguenti ricadute:

  • normalizzazione a livello nazionale
  • messa in sicurezza dei dati tramite loro duplicazione a livello informatico
  • accessibilità condivisa e dematerializzata
  • rapida acquisizione e consultazione da parte di organi di tutela, PA, progettisti etc.
  • risparmio di tempo e di risorse economiche nella fase di progettazione di fattibilità tecnico economica
  • corretta progettazione e maggiore possibilità di accesso a bandi, con minor speco di risorse e tempo (rispetto delle tempistiche oggi estremamente ristrette)
  • risparmio nel tempo di verifica da parte degli organi addetti alla verifica e alla tutela
  • creazione di lavoro per una platea allargata di competenze
  • razionalizzazione delle risorse pubbliche e private e ammodernamento del sistema
  • supporto alle opere di valorizzazione e sviluppo del territorio su varie basi: nazionale, regionale, provinciale, comunale
  • maggiore tutela dell’ambiente (meno spostamenti, meno copie cartacee etc)

 

  • Digitalizzazione dei dati di archivio

Consci dell’avvio imminente di un nuovo piano di digitalizzazione riteniamo sia fondamentale sottolineare alcuni principi imprescindibili per la buona riuscita del progetto, scongiurando i numerosi esempi fallimentari del passato e mettendo a frutto le migliori pratiche elaborate nello stesso periodo all’interno e al di fuori del MiBACT.

 

Le esperienze operative già svolte in alcuni Istituti in progetti di digitalizzazione (degli archivi fotografici, degli archivi disegni) ci indicano come vadano messi a punto progetti di medio e lungo periodo, sostenuti da una strategia sostenibile e da obiettivi generali, che permettano poi di organizzare e rendere consultabili gli archivi, soprattutto quelli documentali. È ormai ineludibile un vero e generalizzato piano di digitalizzazione del patrimonio informativo sui Beni Culturali presente negli archivi degli Istituti MiBACT (Soprintendenze, Musei, Biblioteche ed Archivi) e delle Università.

 

L’emergenza sanitaria da Covid-19 ha poi ulteriormente evidenziato il ritardo in tema di accesso alle informazioni e alle tecnologie necessarie a supportare il lavoro svolto lontano dalle sedi “tradizionali”. Pressoché tutte le categorie dei professionisti dei Beni Culturali, “costretti” dalle circostanze a svolgere il lavoro in modalità “agile” e con Archivi e Biblioteche spesso non accessibili a personale esterno, hanno riscontrato grandi difficoltà ad accedere a dati e documenti necessari allo svolgimento dei propri incarichi professionali, conservati usualmente in archivi cartacei, con ricadute negative sulla possibilità di svolgere il proprio lavoro.

 

Il piano di digitalizzazione del patrimonio, sulla cui definizione operativa non si potrà prescindere dal ruolo che dovranno avere la DG Digitalizzazione del MiBACT e gli Istituti Centrali ministeriali (tra i quali la Direzione Generale Archivi), responsabili della definizione degli standard catalografici nazionale, come ICCD ed ICA, dovrà prevedere:

  • un piano strutturale di “censimento digitale” dei dati d’archivio nella loro totalità comprendendo quindi anche gli archivi fotografici e i cd. archivi disegni, questi ultimi che saranno poi incrementati dalle attività di ricerca, scavo e restauro correnti;
  • una indicazione di standard univoci di elaborazione, di registrazione e di consegna, garantendo livelli di interoperabilità con gli altri archivi esistenti, correlabili a quanto previsto o già acquisito dalle altre PA, sia per il pregresso che per le nuove acquisizioni;
  • il riferimento all’archivio cartaceo di pertinenza che serva subito come riferimento per reperire la documentazione cartacea presso il luogo di conservazione, in caso sia necessario un approfondimento;
  • un sistema di gestione dei dati semplice e funzionale che faciliti la verifica dello stato di conservazione del materiale digitalizzato, la sua sicurezza e l’aggiornamento tecnologico, consentendo anche la sua rielaborazione in progetti invece più complessi e stratificati;
  • l’accesso aperto alle informazioni online di base, con la possibilità di accedere a ulteriori livelli previo accreditamento, con sistemi di consultazione il più possibile strutturati con vocabolari chiusi così da semplificare la ricerca delle informazioni;
  • definizione concertata di termini puntuali e precisi del diritto all’accesso e alla fruizione di dati di proprietà pubblica;
  • l’utilizzabilità dei dati anche per la valorizzazione del bene, purché all’interno della digital strategy dell’ente titolare e con indicazione della licenza d’uso scelta.

 

Sarà necessario promuovere, per favorire un uso del patrimonio culturale per la valorizzazione e l’accessibilità, vista la recente esperienza di chiusura dei musei, luoghi fisici di collocazione dei beni culturali mobili, e delle aree archeologiche, i seguenti interventi:

  • l’inclusione di strumenti innovativi di documentazione quali riprese video da drone, modelli 3D di beni mobili e immobili che, laddove non si confligga con esigenze di sicurezza e diritto alla privacy, vengano indicizzati e di cui, previo consenso di chi ne detiene la proprietà intellettuale o anche come preciso requisito per consentirne la realizzazione, venga favorito l’uso e il riuso per finalità non solo di tutela e ricerca, ma anche di promozione e valorizzazione;
  • la stessa definizione di standard di consegna e archiviazione anche per le riprese video da drone e i modelli 3D di beni mobili e immobili, inesistenti o inusuali, fino a un passato recente, nelle quotidiane attività di tutela, ricerca, valorizzazione e fruizione;
  • una specifica campagna di acquisizione 3D dei beni mobili utile come screening dello stato di conservazione di quanto non abitualmente esposto e, di conseguenza, configurarsi come utile strumento per orientare, verso il patrimonio meno noto, le future progettualità e sponsorizzazioni.

 

Per il progetto si individuano, ovviamente, un ufficio di livello centrale MIBACT come entità nella quale sia gestito il portale, la definizione degli standard e la manualistica e gli Uffici periferici del MiBACT come ambiti di realizzazione del lavoro (livello periferico), con possibili fornitori e/o consulenti: archeologi professionisti, società archeologiche, enti universitari e di ricerca, e infine altri soggetti qualificati, evitando accuratamente tutte le strategie di dumping salariale, di competizione al ribasso e di abuso di tirocinanti e volontari già sperimentate nel nostro settore. Gli affidamenti dovranno avvenire con call aperte, con affidamenti condotti nel rispetto delle norme vigenti e dovranno prevedere il monitoraggio dell’impatto dei sistemi di gestione.

 

 

  • Pubblicazione del materiale inedito storico

La pubblicazione in forma digitale del patrimonio archeologico, a valle delle pregresse attività di ricognizioni e scavi, spesso risalenti anche a diverse decine di anni fa, è di assoluta necessità per la conoscenza del territorio, elemento necessario per la pianificazione del suo sviluppo e per la messa a valore del proprio patrimonio. È necessario superare il ritardo nella codificazione di un sistema efficiente di accesso alle informazioni che potrebbe avere una serie di ricadute economiche e culturali: dalla conoscenza alla conservazione, alla valorizzazione e gestione dei beni, al fine di garantirne l’accessibilità e la fruizione, fino ad essere strumento per una nuova produzione artistica e creativa.

Il progetto individua specificatamente un ambito di investimento, volto alla pubblicazione su piattaforma digitale del patrimonio documentale, materiale e immateriale pregresso e conservato negli archivi, nei magazzini e sul territorio. Un’enorme mole di dati spesso inaccessibile, inedito e per questo sottratta alla valorizzazione e alla fruibilità collettiva, di cui al contrario va garantito un accesso aperto alle informazioni di base, con la possibilità di accedere a ulteriori livelli di studio ed approfondimento.

L’archeologia preventiva in particolare ha prodotto in Italia molti dati di tipo territoriale, in particolare con le grandi opere a rete, ma molte meno pubblicazioni, perché la parte riguardante lo studio e la pubblicazione dei dati di scavo provenienti da interventi di archeologia preventiva e di emergenza non viene ordinariamente considerata parte integrante del processo dello scavo archeologico e solo raramente vengono realizzati e finanziati gli accordi fra Soprintendenza e stazioni appaltanti, che auspichiamo divengano automatici, finalizzati anche alla pubblicazione e alle diverse forme di divulgazione dei risultati delle indagini, ai sensi dell’art. 25, c. 14 del D.Lgs. 50/2016.

In attesa di una definizione concertata di termini puntuali e precisi del diritto all’accesso e allo studio di dati di proprietà pubblica, salvaguardando le legittime aspettative e i diritti di chi quei dati ha prodotto, raccolto e ordinato, si propone la creazione un fondo, in seno al MiBACT, destinato alla pubblicazione dei dati di scavo e diversamente articolato, tenendo conto delle varie nature e provenienze dei dati:

 

  1. a) dati provenienti dalle attività di tutela risalenti a non oltre 10 anni dalla consegna ed approvazione della documentazione.

Il fondo sarà finalizzato alla pubblicazione tutti gli scavi effettuati entro i 10 anni dalla consegna ed approvazione della documentazione, e dovrà essere organizzato su un capitolo specifico come la catalogazione, assegnato alle SABAP, e attribuito da queste in lotti standard gestiti dalle Direzioni Scientifiche degli interventi, che nella progettazione dovranno garantire il diritto allo studio e alla pubblicazione ai professionisti e alle imprese con adeguate professionalità, che vi hanno lavorato (qualora interessati), e dovranno prevedere modalità ben definite di spesa.

I finanziamenti implicheranno la piena responsabilità a carico del produttore dei dati, con l’incentivazione ad avviare protocolli di intesa con Enti di ricerca, Università o soggetti terzi per specifiche esigenze di approfondimenti specialistici, con stringenti limiti in termini di tempo (2 anni), obbligo di risultati editi con interpretazione a medio livello.

 

  1. b) dati provenienti da scavi e rinvenimenti antecedenti i 10 anni dalla produzione della documentazione.

Il fondo sarà finalizzato alla pubblicazione tutti gli scavi effettuati oltre i 10 anni dalla produzione della documentazione, e dovrà essere organizzato su un capitolo specifico come la catalogazione, assegnato ai Segretariati Regionali, ed attribuito in base alla progettazione, con un meccanismo premiale che favorirà i progetti riguardanti gli interventi più recenti.

I progetti, aperti a soggetti pubblici e privati qualificati nel settore, dovranno prevedere, qualora possibile, il coinvolgimento di chi ha partecipato in vario modo alla ricerca; limitati da un massimale di spesa, verranno presentati direttamente ai Segretariati Regionali, e la loro assegnazione sarà stabilita da commissioni miste su base regionale con rappresentanza paritetica delle SABAP, dei Musei e Parchi Autonomi se con competenze territoriali, della Università, delle Istituzioni di ricerca pubbliche e private. I finanziamenti implicheranno la piena responsabilità a carico del produttore dei dati, con stringenti limiti in termini di tempo (3 anni), obbligo di risultati editi con interpretazione a medio livello.

 

  1. c) studio e pubblicazione delle ricerche in concessione.

Il fondo, gestito d’intesa fra il MiBACT e il MUR, finanzierà le attività di studio e ricerca per la pubblicazione degli scavi in concessione. I progetti, limitati da un massimale di spesa, verranno presentati direttamente al Ministero, e la loro assegnazione sarà stabilita da commissioni miste su base regionale con rappresentanza paritetica delle SABAP, dei Musei e Parchi Autonomi se con competenze territoriali, di Enti di Ricerca, Università, delle Associazioni professionali ex L. 4/2013 e datoriali con rappresentanza regionale. I finanziamenti implicheranno la piena responsabilità a carico del produttore dei dati, con stringenti limiti in termini di tempo, obbligo di risultati editi a livello sia di prima comunicazione del dato, sia di interpretazione a medio livello.

 

In tutti i casi la pubblicazione dei dati, in forma di report dettagliato ed elaborato, su piattaforma pubblica open access e peer reviewed, per garantirne l’utilizzo anche ai fini di tutela. È ovviamente fatta salva la possibilità, per società editrici che vogliano occuparsi dell’edizione cartacea dei testi, eventualmente più o meno esaustive della totalità dei dati, anche con finalità commerciali.

 

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