mercoledì 30 Novembre 2022

Vittoria Alata di Brescia, il ritorno di un capolavoro romano – VIDEO

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Ritorna con un allestimento museale di grande pregio, dopo un lungo restauro, la Vittoria Alata di Brescia, straordinaria statua in bronzo romana, che fu ritrovata nel 1826. Si trattò a tutti gli effetti di un rinvenimento eccezionale, perchè la statua, assieme ad altri reperti, era stata nascosta con attenzione in un’intercapedine del Capitolium, ed evidentemente era stata nascosta molto bene, nella tarda antichità. Dopo due anni di restauri, all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, ritorna nella città Lombarda, in un contesto radicalmente cambiato. Si tratta del bellissimo allestimento museale dello spagnolo Juan Navarro Baldeweg, di fatto una sorta di installazione permamente contemporanea che valorizza perfettamente il capolavoro simbolo della romanità in quella che ora è la Lombardia. In questo video-racconto il direttore di Fondazione Brescia Musei Stefano Karadjov e la presidente della Fondazione stessa Francesca Bazoli raccontano la Vittoria Alata e lo spirito con cui è nata la sua nuova “casa”.

Il restauro

Più di due anni di restauri, dal luglio del 2018, fino all’ottobre del 2020, con tanto di interruzione a causa della pandemia. Ma i risultati per la Vittoria Alata di Brescia sono stati eccezionali, sia dal punto di vista dell’impatto e della “leggibilità” stilistica dell’opera, che da quello dei risultati scientifici. L’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, un’eccellenza a livello mondiale, è dapprima intervenuto sulla “struttura” della statua, perchè nell’Ottocento una serie di accorgimenti con parti metalliche e riempimenti aveva cercato di rendere la statua “solida”, soprattutto riguardo alla tenuta di ali e di braccia. E solo per la rimozione del riempimento, composto dal materiale più vario del peso di oltre 100 chilogrammi, sono stati necessari sei mesi. Poi è toccato alla pulitura delle superfici bronzee, con metodi chimici e meccanici, e sabbiatura criogenica (insomma, particelle di CO2 ghiacciate) nei punti meno raggiungibili. Non è mancato il laser, per recuperare quanto più possibile delle dorature originarie. Il risultato, anche grazie ad un’illuminotecnica di grande efficacia nell’allestimento, è veramente godibile per il visitatore.

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Il nuovo allestimento museale della Vittoria Alata di Brescia a cura di Juan Navarro Baldeweg

L’Installazione museale

Il progetto di Juan Navarro Baldeweg, a nostro giudizio, è un capolavoro attorno a un  capolavoro. Il rivestimento in mattoni valorizza la statua, richiamando il luogo originale che la custodiva, che la proteggeva, prima del ritrovamento, ossia le murature stesse del Tempio Capitolino della Brixia romana. Non c’è volutamente simmetria, e così il movimento, i panneggi, i gesti, le ali della Vittoria, possono essere liberi. Domina il soffitto una lampada-luna, che restituisce il senso del tempo che scorre e immerge in un’atmosfera di accennata poesia. Lo scudo della Vittoria, che non fu mai rinvenuto, è tornato, ma è un discreto elemento di luce proiettato sulla parete, un segno, un ricordo, che non distrae dall’opera. Giusto parlare di “installazione permanente“. Che però rispetta la statua e la valorizza senza narcisismi.

La Vittoria Alata di Brescia

Lasciamo a Lei le ultime righe: è alta 194 centimetri, pesa 365 chili di bronzo, vestita di chitone e himation. La dobbiamo immaginare con il piede sinistro sull’elmo di Marte, perduto, con il braccio sinistro sul grande scudo, che ora è “solo” luce, e su cui, con uno stilo che aveva in mano, aveva inciso il nome del vincitore. A quale vincitore si può pensare? Lo può suggerire la cronologia, ne avessimo però la certezza. Parliamo della metà del I secolo d.C., e tra le ipotesi c’è quella dell’imperatore Vespasiano, ma su questo, e sulla Brescia romana, abbiamo intenzione di tornare con dei prossimi approfondimenti. Ora sappiamo, dopo il restauro, che “non si tratta di una Afrodite a cui sono state aggiunte delle ali“, come afferma Stefano Karadjov, ma di una statua nata per essere una Vittoria, e per essere visibile in modo trionfante a tutti i cittadini. Che l’atelier che la realizzò con la tecnica della fusione a cera persa cava indiretta (almeno 30 parti) era di altissimo livello. E che, ci dicono le analisi dei materiali, contestuali al restauro, era stata lavorata proprio nell’area di Brescia

Nota: L’intervista in inglese con Francesca Morandini, conservatore collezioni e aree archeologiche di Fondazione Brescia Musei è qui sotto

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